Innovazione

Un software prevede i conflitti. E non è un gioco

Le guerre civili e i conflitti etnici possono essere previsti grazie a un programma informatico: è quanto hanno dichiarato i ricercatori del New England Complex Systems Institute (Massachusetts,...

Un software prevede i conflitti. E non è un gioco
Le guerre civili e i conflitti etnici possono essere previsti grazie a un programma informatico: è quanto hanno dichiarato i ricercatori del New England Complex Systems Institute (Massachusetts, Usa) che hanno analizzato una serie di sanguinosi scontri realmente avvenuti giungendo a un "teorema delle aggressioni". Grazie a uno strumento informatico che elabora dati riguardanti popolazioni, linee di confine, grado di integrazione e altro ancora, gli studiosi affermano di potere indicare quale è la probabilità che hanno due popolazioni di arrivare a uno scontro armato.

Il riquadro A mostra la distribuzione delle etnie nella ex Yugoslavia (censimento 1991). La simulazione (B, C, D) ha dato risultati molto accurati: i punti gialli nel riquadro D corrispondono alle città che realmente sono state maggiormente coinvolte nel conflitto (foto © Science).


Secondo i ricercatori del New England Complex Systems Institute ci sono tre situazioni che possono caratterizzare la convivenza fra etnie diverse. La prima: due o più gruppi convivono fianco a fianco, separati però da una linea di confine netta, unanimemente accettata. La seconda: i gruppi convivono "ben amalgamati" condividendo lo stesso territorio. La terza: i gruppi vivono fianco a fianco, ma senza alcuna precisa linea di demarcazione; i gruppi fanno cioè parte della stessa entità territoriale (la stessa Nazione, ad esempio), ma di fatto vivono separatamente, senza che un'autorità riconosciuta da tutte le parti abbia sancito questa "separazione in casa" tracciando una linea di confine.

Seduti sulla dinamite
Secondo i ricercatori, la terza condizione è quella più a rischio. Nel caso dei gruppi amalgamati (seconda situazione) le diverse etnie difficilmente riescono a stabilire una supremazia sulle altre perché non hanno modo di identificare il luogo come solamente loro, scacciando le etnie "intruse". Al contrario, nel caso dei confini rigidi (prima situazione), i conflitti – benché presenti – vengono minimizzati dalla netta divisione degli spazi. È invece la presenza di confini labili, non scritti, e di territori il cui controllo non è dichiaratamente dell'una o dell'altra popolazione a scatenare la maggior parte dei conflitti.

Testato sulla ex-Yugoslavia
Prendendo in esame i dati che identificano le popolazioni coinvolte (numero di abitanti, tipologia di confine tra i gruppi, loro dimensione e posizione reciproca), il software è in grado di fornire una previsione attendibile. Messo alla prova con alcuni conflitti recenti, per esempio quello che ha insanguinato l'ex-Yugoslavia, l'algoritmo ha "azzeccato" la previsione nel 90% dei casi.

Quando un sistema è complesso
Il modello – precisano i ricercatori – non considera gli aspetti specifici del conflitto, come le motivazioni etniche o religiose alla base delle tensioni, e neppure può dire "chi ha ragione e chi ha torto". Non si tratta infatti di un modello socio-politico ma di uno studio sui cosiddetti "sistemi complessi", cioè quei gruppi di elementi analoghi che interagiscono tra loro a formare un'unica struttura. Concettualmente, questa definizione si adatta a una grande varietà di sistemi, da quello nervoso umano ai sistemi socio-economici, dall'organismo nel suo complesso agli insiemi di popolazioni e di etnie. Lo studio del New England Complex Systems Institute vuole dimostrare come una lettura di questo tipo sia utile a descrivere le relazioni tra i componenti degli insiemi complessi (gli individui, nel caso specifico) senza necessariamente chiamare in causa fattori culturali e sociali.

Sarà di aiuto ai Governi?
La ricerca potrebbe comunque avere interessanti applicazioni in ambito geopolitico ed essere impiegata dai Governi per formulare corrette politiche di prevenzione degli scontri etnici. Naturalmente è soltanto uno strumento, ma «importante, perché può facilitare e addirittura contribuire al dialogo tra le etnie», afferma Yaneer Bar-Yam, coordinatore della ricerca.

(Notizia aggiornata al 19 settembre)

19 settembre 2007
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