Perché non devi avere paura dell'intelligenza artificiale

Ecco che cosa combinano i robot con AI: è il modo migliore per lasciarsi alle spalle gli incubi digitali di Tron, Matrix e Terminator.

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L'intelligenza artificiale che non ha un "corpo" androide o metallico a contenerla, sempre più spesso risponde con educazione al telefono e ci parla da smartphone e touch screen in auto... Il suo successo e la serenità con la quale neppure più ci chiediamo chi ci sta parlando sta proprio nel fatto che l'AI si è insinuata a poco a poco e in modo benevolo nelle cose che abbiamo e facciamo.

 

Finora non si sono viste nella realtà vere AI (artificial intelligence) chiuse in corpi robotici in titanio - né in sintopelle, con scheletri in chissà-che-cosa. Finora queste intelligenze hanno fatto i bravi aspirapolvere, vinto tornei di go e consigliato cose che potrebbero piacerci. Le storia potrebbe cambiare? Le "macchine" con intelligenza artificiale alzeranno la testa (o quella che è la loro testa) e si ribelleranno ai loro lenti e ingenui creatori?

 

È una discussione con molte sfaccettature, alimentata con passione da intelligenze (umane) eccellenti. Sul fronte dei preoccupati per il nostro futuro si sono schierati per esempio Stephen Hawking, che vede nell'intelligenza artificiale la potenziale fine dell'umanità, Elon Musk, che pensa ci possano portare alla terza guerra mondiale, e Vladimir Putin che (sibillino...) afferma che chiunque controlli l'AI controllerà il mondo.

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Tutti i vizi e tutte le virtù dell'intelligenza artificiale e ciò che l'umanità deve sapere per dominarla, nel dossier di Focus 304 (vedi l'anteprima).

Ma anche no... Come ha però fatto notare Randall Munroe (programmatore, fumettista, esperto di robotica e scrittore) nella sua divertente raccolta di risposte scientifiche a domande ipotetiche assurde, «ciò che sembra sfuggire a molti critici a proposito dei terminator che marciano su montagne di teschi umani... è quanto sia difficile restare in equilibrio camminando su montagne di teschi umani!» Vedere Atlas (più avanti) per credere...

 

È una chiave di lettura condivisa da un autorevole esperto di tecnologie, Douglas Heaven, che sul NewScientist scrive «quella delle macchine non sembra essere una marcia trionfale alla conquista del Pianeta. Il passato e il presente della robotica e dell'IA sono, anzi, costellati da "piccole difficoltà quotidiane" che i robot faticano a superare. Per capire qual è il futuro degli automi con intelligenza artificiale dobbiamo seguirli proprio in queste difficoltà».

 

 

Piccoli lavoretti fatti male. La Boston Dynamics produce alcuni dei robot più avanzati al mondo: il fondatore, Marc Raibert, ha mostrato in un recente TED la gamma delle creature. Sul palco c'erano BigDog, il mulo di metallo a quattro zampe che sale le scale (un po' impacciato), WildCat, che può correre a più di 30 chilometri all'ora, e SpotMini, robot quadrupede con un braccio articolato che fuoriesce da ciò che dovrebbe essere la testa, cosa che lo fa somigliare a un velociraptor (vedete un po' attorno al minuto 2 che cosa combina).

 

Impressionante (o terrificante, a seconda della "squadra" che avete scelto e dei vostri film preferiti), ma se avete guardato tutto il video avrete visto (attorno al minuto 9) anche Atlas, robot (quasi) antropomorfo, che per spostare una scatola manca clamorosamente l'appoggio su di uno scaffale e finisce a faccia in giù - posizione da cui serve poi un muletto per portarlo via.

 

Questo succede perché muoversi è difficile, ma non-muoversi lo è persino di più: quando siamo in piedi, fermi, il nostro cervello comunica costantemente ai muscoli tutti gli aggiustamenti da fare, istante per istante, solo per mantenerci in posizione verticale. In questo i robot hanno performance terribili: non tutti, è vero, alcuni se la cavano, ma a giudicare dalle prestazioni della maggior parte degli automi di oggi, per fuggire dalle macchine cattive ci basterebbe salire al piano rialzato...

 

 

Molto prima di BigDog. Ci sono macchine quasi antropomorfe che hanno un passato glorioso, come Elektro, robot parlante e (ahimé) gran fumatore di sigarette, presentato dalla Westinghouse Electric Corporation alla Fiera Mondiale di New York del 1939. Alto più di due metri, poteva fare qualche piccolo movimento, contare sulle dita e dire (in inglese) frasi come "io sono Elektro" e "il mio cervello è più grande del tuo".

 

Il pubblico ingenuo di quell'Expo andava in visibilio, anche perché un vistoso foro circolare nell'addome del robot dimostrava senza ombra di dubbio che non c'era inganno: nessun operatore era nascosto dentro la macchina.

 

Gli operatori erano fuori, nascosti dietro una tenda, e a seconda dei particolari segnali che ricevevano premevano un pulsante o l'altro per inviare un comando e far fare o dire a Elektro la cosa più opportuna (oltre a fargli fumare una sigaretta dietro l'altra). Finita quell'edizione dell'esposizione mondiale, l'umanità ebbe altro da fare per parecchi anni. Elektro è poi riapparso nel 1950 (come pura curiosità) e, nel 1960, ebbe anche una particina nel b-movie "soft core" Sex Kittens Go to College (che non ci risulta sia mai arrivato nelle sale italiane), dimostrando che i robot sono senza vergogna.

Thor, il Martello di Odino. Queste non sono piccole storie in un mare di successi: qualunque scienziato della robotica ha le sue storielle da raccontare sui fallimenti dei robot (salvo poi ritrattare). Per esempio, Alan Winfield (dei Bristol Robotics Lab), racconta di avere sentito di un robot di una catena di montaggio programmato per aprire un frigorifero e afferrare e porgere lattine di bibite ai passanti durante una fiera. La porta del frigo si bloccò: pare che a quel punto la macchina abbia bucato la porta del frigo ma, incapace di tirare fuori la lattina, si tirasse dietro l'intero elettrodomestico agitandolo a mezz'aria come un gigantesco martello. Non si sa come sia finita e Winfield azzarda che sia un'invenzione dei difensori del genere umano, ma, si capisce, lui è dalla parte delle macchine.

 

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La mappa della popòcalisse.

Uno che non è dalla parte delle macchine è Jesse Newton: affascinato dalle promesse dalla tecnologia, per tenere la casa pulita compra un noto robot aspirapolvere. A casa ha un cane che non sta troppo bene di intestino proprio nel bel mezzo di una notte in cui il robottino è di servizio e passa su ciò di cui si è liberato l'animale. Comincia così a tracciare per bene sui pavimenti un algoritmico e puzzolente percorso: quando Newton ha raccontato la sua disavventura su Facebook con tanto di schema del "percorso di pulizia" è saltato fuori che questa storia popòcalittica è più comune di quanto alla stessa azienda produttrice del noto robot piaccia ammettere.

 

Robot di merda o, per dirla all'inglese, Shitty Robots, è una raccolta di video sulle più stupide e talvolta esilaranti performance di robot e aspiranti umanoidi, online su Reddit (c'è anche su Youtube) a cura di mr_bag, che coglie il significato profondo delle disgrazie altrui: «ti fa ridere vedere qualcuno scivolare su di una buccia di banana? Quando succede a un robot almeno poi non ti senti in colpa!»

 

Curiosamente, però, le macchine sembrano sempre orgogliose dei loro (in)successi: non fanno nulla per nasconderli (ci sarebbe persino da imparare qualcosa, da loro). Winfield - quello del frigorifero-martello di Odino - ritiene che i video un po' burloni sulle macchine siano molto utili, perché la comprensione dei vicoli ciechi dell'evoluzione dei robot ce li fa poi vedere in un'altra prospettiva, differente da quella di Hawking e Musk della superintelligenza che conquisterà il mondo. Prenderli in giro presenta insomma l'AI e la robotica per quello che sono e fanno: sforzi molto "umani" i cui risultati sono limitati da difetti e debolezze molto umane, in altre parole «la migliore prova che i robot del mondo reale sono lontani dal potere giustificare le nostre paure».

 

Ci sono però anche casi imbarazzanti e molto negativi. Prendete la vicenda di Tay, il chatbot di Microsoft che ha debuttato nel 2016 su Twitter. Progettato per imparare autonomamente parole ed espressioni in linguaggio naturale parlando direttamente con gli utenti sui social, a poche ore dall'attivazione scriveva commenti sessisti, razzisti, nazisti... Microsoft l'ha spento nel giro di 24 ore. È una storia che rivela l'altra faccia della medaglia (noi).

L'incidente di Facebook. Da chi ha imparato pensieri e parole l'intelligenza artificiale di Microsoft? «Quello che dobbiamo per davvero temere non sono i robot, ma noi stessi», è la dura riflessione di Mark Riedl, esperto di intelligenza artificiale del Georgia Institute of Technology di Atlanta: «sottolineare scenari poco plausibili come "skynet", o anche la famigerata singolarità, distrae dai problemi reali», che secondo il ricercatore sono tipicamente umani.

 

Purtroppo però sono proprio questi gli scenari che "tirano" di più sui social e che fanno audience al pari delle peggiori bufale (le fake news, per dirla all'inglese), come dimostra la recente esperienza di Facebook. Nell'agosto del 2017 FB ha messo fine a un test di interazione verbale tra due "chatbot" perché a un certo punto il "linguaggio naturale" usato dai software era diventato incomprensibile: i due avevano iniziato a usare parole e regole molto modificate (probabilmente più efficaci, a loro giudizio).

 

Non era una prima volta, ma per qualche motivo in questa occasione, e per la maggior parte dei mezzi di comunicazione, l'evento era diventato preoccupante ("l'intelligenza artificiale diventa troppo intelligente?"): abbiamo raccontato questa vicenda - nei giusti toni - nell'articolo La lingua segreta dei bot di Facebook.

Non c'era nessuna skynet all'orizzonte. Per Mark Riedl serve una prova di umiltà: gli scienziati che invocano la singolarità dovrebbero riconoscere i limiti dell'intelligenza artificiale e raccontarla per quello che è, oltre che raccontare le sue potenzialità. Dopo tutto, Marvin Minsky, l'indiscusso e vero padre dell'AI, andava fiero di quella che era, a suo dire, la macchina più (in)utile del mondo: un braccio meccanico che, azionato, faceva una cosa sola - si estendeva per spegnersi.

21 Gennaio 2018 | Raymond Zreick