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Come nascono gli effetti speciali: intervista ad Alex Ongaro

Chi c'è dietro alle fiamme dei draghi in Dragon Trainer, alle giungle di Madagascar e alle derapate di Turbo la lumachina? Un artista, per metà italiano, che ci racconta, in questa intervista, il suo lavoro.

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L’età media dei suoi fan, dice, è sette anni. E il più grande complimento che gli fanno è dirgli che il suo lavoro… sembra vero. Perché è proprio questo quello che fa Alex Ongaro, metà italiano e metà svizzero, da alcuni anni emigrato a Hollywood: Alex è un mago degli effetti speciali generati al computer e destinati al mondo dei lungometraggi animati della Dreamworks.

Da Madagascar a Dragon Trainer, fino a Turbo, la storia della lumachina che vuol vincere la 500 miglia di Indianapolis (in uscita in Bluray 3D e Digital HD il 28 novembre), gli ultimi lavori Dreamworks portano la sua firma.

Abbiamo raggiunto Alex al telefono nella sua casa di Hollywood per farci raccontare come è riuscito a trasformare in professione la sua passione per la computer grafica.

Prima di tutto, che cosa fai di preciso?
Realizzo tutto quello che vedete in un lungometraggio di animazione, esclusi i personaggi: acqua, fuoco, vento, alberi… ma anche esplosioni, scontri ed effetti “di magia”, tipo luci strane. Diciamo che rappresento sia la realtà che la componente fantastica della storia.

Quando devi realizzare, per esempio, un oceano, ti basi sulla realtà o sulla visione che il regista ha di quella specifica scena?
Bisogna fare entrambe le cose, ed è questo il difficile. Mettiamo che il regista voglia una scena di una barca in mezzo all’oceano. Se chiudiamo gli occhi, tutti immaginiamo come deve essere l’onda in mare aperto. Adesso, mettiamoci una barca. Riusciamo a immaginare come si dovrebbe muovere. Ma siamo sicuri che si muova proprio così nella realtà? Ora guardiamone una “dal vero”. Magari quella che avevamo pensato noi si muoveva in modo più elegante. In pratica, dobbiamo far muovere la nostra barca digitale in un modo che soddisfi le leggi della fisica e quelle… del regista. Per fare un esempio, avete presente le esplosioni delle auto nei film? Ecco, nella realtà un’auto non esplode così. Anzi, non esplode proprio: quando si filma una scena, si usano chili e chili di esplosivo. Allo stesso modo, se devo rappresentare una scena così in digitale, non posso farla “reale”: devo disegnare l’esplosione come quella “da film”.

Come nasce un lungometraggio di animazione al computer?
In modo molto tradizionale. E ha una genesi, mediamente, lunga. La nascita di Turbo, per esempio, risale a 15 anni fa. Quando io sono entrato in Dreamworks, c’erano i bozzetti e lo storyboard, disegnati rigorosamente a mano. Una specie di fumetto, poi scannerizzato e animato in modo rudimentale con l’aiuto dei computer. Dopo questa fase, si aggiungono anche le voci, non ancora quelle “ufficiali”. A questo punto inizia la lavorazione vera e propria del film in digitale: in pratica, il film viene “trasformato” dalla versione “bozza” a quella “reale”.

E quanto tempo occorre per realizzare una scena?
Ovviamente, dipende dalla complessità della sequenza e da quanto c’è di “già pronto”, che siano alberi o sabbia. Alcune cose si possono riutilizzare, con pochi rimaneggiamenti. Altre, invece, richiedono molto più tempo rispetto al girato vero: se voglio una sequenza di dune nel deserto, nei film basta girarla. In digitale, bisogna disegnarla. La sequenza “clou” di Turbo, quella in cui la lumachina acquista i superpoteri, dura circa 20 secondi. Ma per realizzarla ci sono voluti circa 6 mesi di lavoro del mio dipartimento: perché l'interno del corpo della lumaca è stato concepito come l'intero scenario.

Come sei arrivato a questo lavoro?
Per passione. Dopo il liceo non sapevo bene cosa avrei fatto: sapevo però che il mio sogno era lavorare nel cinema. Così, dopo un corso di grafica e un po’ di gavetta in piccoli studi, ho iniziato a lavorare agli effetti speciali nel film Vajont, la diga del disonore (guarda lo speciale di Focus sull'immane tragedia), di Renzo Martinelli. Da lì sono nate le prime esperienze all’estero e poi il grande salto alla Dreamworks e al mondo di Hollywood.

Ed è cambiato, ora che hai la responsabilità degli effetti speciali?
Be, quando ero uno degli artisti, stavo ore al pc coi software di grafica: oggi, gestisco un budget e controllo che gli altri realizzino bene le cose. Mi capita di dire al regista “Se realizziamo questa scena in questo modo, costerà troppo. Perché non la modifichiamo?”. Gli spettatori non lo sapranno mai… ma magari alcune sequenze che amano molto sono frutto di qualche ripensamento. O di qualche litigata con un regista.

 

27 novembre 2013 | Carlo Dagradi