Innovazione

La mente fuori dal corpo

Trasferire le menti su un computer, collegarle tra loro e diventare immortali. Possibile? Forse sì.

L’impianto di chip nel cervello dei topi sembra anticipare una delle previsioni più suggestive e inquietanti di Ray Kurzweil, il tecnologo e guru americano padre del pensiero transumanista. Kurzweil e i transumanisti immaginano un prossimo futuro in cui l’uomo si svincolerà dal suo corpo per acquisire una sorta di immortalità. E questo grazie al fatto di potere riversare la propria mente in un computer, attraverso cui potrà poi ancora agire nel mondo. O addirittura connettersi con altre menti fino a formare un’unica supermente planetaria.

Transumani
Kurzweil, in particolare, ha ipotizzato che i computer acquisiranno una potenza tale da eguagliare e superare quella umana: secondo lui entro il 2029 saremo capaci di comprendere l’ingegneria del nostro cervello e di impiantare al suo interno chip o altri dispositivi capaci di farci vivere una realtà virtuale, di moltiplicare le nostre capacità intellettuali. Entro il 2099 gli uomini “organici” saranno in minoranza rispetto alle intelligenze ibride (metà umane, metà computer) o artificiali. Fabio Albertario, cofondatore del network dei transumanisti italiani, spiega alcune implicazioni di un futuro di cyborg, metà uomini e metà macchine. «Oggi» dice «le avanguardie del transumanesimo sono i disabili: chi ha perso una gamba vuole tornare a camminare. Nei prossimi anni sarà molto attivo il fronte delle protesi e degli esoscheletri, così come degli impianti cerebrali o sul sistema nervoso di sistemi in grado di ridare la vista o l’udito a chi li ha persi».

L’uomo potenziato
«Il giro di boa» dice Fabio Albertario «ci sarà quando potremo collegare le protesi alla corteccia cerebrale e le prestazioni delle versioni tecnologiche di una qualsiasi parte del corpo umano supereranno quelle naturali. A quel punto cominceremo a parlare di potenziamento e non più di supporto ai disabili, con conseguenze etico-legali: se una persona sana sostituisse un proprio arto con una protesi di ultima generazione, più efficace del suo arto naturale, eserciterebbe un diritto?». «Il potenziamento potrebbe essere una strada per creare esseri umani di serie A e di serie B» dice Nunzia Bonifati, docente di Filosofia morale a Roma. «Sarebbe giusto» si chiede Bonifati «privilegiare alcune persone dando loro maggiori capacità da far fruttare nel lavoro o nelle relazioni sociali?».

La mente fuori di noi
Il passo successivo sarebbe poi il trasferimento della mente su un computer. «La creazione di un cervello digitale» dice Albertario «aprirebbe sconcertanti prospettive: la possibilità di creare un back-up del sé o innumerevoli copie di se stessi; di espandere le capacità cognitive; di vivere in realtà virtuali; di esistere tramite corpi robotici; di separare le varie componenti della propria mente digitale e di distribuirle su vari server». Il che implicherebbe la sconfitta digitale di invecchiamento e morte: potremmo superare i nostri limiti fisici "uscendo" dal nostro corpo. Un’eventualità che non convince Nunzia Bonifati: «Previsioni simili» dice «partono dal presupposto che cervello e mente siano la stessa cosa, ma questo non lo sappiamo. Nel 2020 avremo forse computer con un numero di connessioni pari a quelle del cervello. Ma difficilmente funzioneranno allo stesso modo».

Immortalità o suicidio?
Certo, se potremo riversare la nostra mente in un computer e dare alle macchine un’anima, la nostra, si porrebbero nuovi problemi. «Per alcuni» dice Albertario «il minduploading, cioè scaricare la nostra mente su un computer, è la strada verso il paradiso digitale, per altri è un’elaborata forma di suicidio, perché la “persona” così creata sarebbe solo una copia-zombie. O un altro individuo. Personalmente penso che la creazione di una copia del cervello di un individuo porterebbe a 2 versioni del suo sé che sarebbero identiche solo per un istante. Assisteremmo poi ad una biforcazione dovuta alle diverse esperienze e ai diversi substrati sui quali “gireranno”». Una cosa è certa. Se questo dovesse verificarsi saremo costretti a riconsiderare il concetto di essere umano. «Dovremo stabilire» dice Nunzia Bonifati «chi può essere considerato uomo e chi no. Ma questo non è più un problema scientifico, è un problema filosofico».

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27 dicembre 2013
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