Innovazione

I robot entrano nella fabbrica cinese dell’iPhone

Il nome Foxconn è legato a filo doppio a gioiellini Apple come l’iPhone 5, l’iPad 4 e l’iPad mini, ma evoca anche situazioni meno piacevoli come condizioni di lavoro al limite dell’umano, il suicidio degli operai e presunti scioperi che avrebbero rallentato la produzione. Ma qualcosa sta cambiando…

Perché dovrebbe fare notizia una fabbrica cinese che si modernizza con catene di montaggio affidate a robot? Perché è Foxconn, lo stabilimento di Shenzhen che produce gran parte dei prodotti Apple - tra cui gli iPhone e gli iPad - e quelli di molti altri colossi dell’hi-tech come Nintendo, Sony, Amazon e Nokia.
La “soffiata” arriva dal Wall Street Journal che cita come fonte un operaio che si fa chiamare Zhang e che avrebbe passato gli ultimi due anni ad assemblare prodotti in modo “tradizionale” per poi passare, recentemente, a lavorare in catene di montaggio con braccia robotiche che montano i vari componenti sulle schede madre. L’unico problema, spiega Zhang, è che questa novità ha drasticamente ridotto il numero della manodopera del suo reparto che è scesa da 30 a solo 5 operai.

Investimento necessario
La sterzata verso una produzione automatizzata da parte di Foxconn era prevista da più di un anno. Fu lo stesso CEO Terry Gou - nell’agosto del 2011 - ad annunciare che robot sarebbero stati impiegati in alcune semplici operazioni di routine, come la verniciatura, la saldatura e l’assemblaggio: tutte operazioni che fino a ieri venivano eseguite a mano. Un’introduzione graduale: 300mila braccia robotiche entro la fine del 2012 e un milione entro la fine 2014. Un investimento molto oneroso, ma necessario, che va dai 2,1 miliardi di dollari a oltre 10 miliardi di dollari in base al tipo di robot e al grado di automazione.

Bufera mediatica
Se facciamo un passo indietro, qualcuno ricorderà lo scalpore suscitato da una video-intervista trasmessa dalla CNN nel febbraio scorso a un’operaria della Foxconn impegnata nella produzione dell’iPad. Il suo compito era attaccare etichette su un prodotto a lei sconosciuto per ben 60 ore alla settimana. Fece scalpore perché scaraventò Apple nell’occhio del ciclone mediatico scatenando un’ondata di iniziative volte a sensibilizzare l’opinione pubblica sulle condizioni di lavoro degli operai cinesi. Apple, non va dimenticato, non l’unica azienda con fornitori cinesi, e nello specifico della Foxconn, ma era, ed è ancora, quella più esposta per il ruolo che ricopre con i suoi prodotti nel panorama mondiale. Quale miglior testimonial, insomma, per una campagna in difesa dei diritti dei lavoratori asiatici?

Ed Apple reagì!
Apple, di fronte a un attacco frontale, non poteva che reagire in maniera frontale. Tim Cook, già alla guida di Cupertino dopo la scomparsa di Steve Jobs, promise che avrebbe investigato sulle condizioni di lavoro nelle famigerate fabbriche cinesi e, di lì a poco, mando degli ispettori della FLA a controllare la situazione. Gli esiti e le raccomandazioni degli audit sono consultabili sul sito della Fair Labor Association.

13 dicembre 2012 Silvia Ponzio
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