L’etica del cyborg: perché collegare il proprio cervello a un computer è una pessima idea

Nel giro di poche decenni le nuove tecnologie potrebbero conferire all’uomo capacità fisiche e cerebrali potenzialmente illimitate. Ma a quel punto, saremo ancora esseri umani? Il dibattito è aperto...

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Collegare il cervello al computer ci darà facoltà oggi inimmaginabii. Ma ne varrà davvero la pena?|Ars Electronica / Flickr

Non manca molto: tra cinquant'anni o trent'anni o forse ancora meno, non aggiorneremo più soltanto il software del telefonino, della TV, della macchina o del computer, ma anche quello di tutti i dispositivi con i quali saremo integrati. In alcuni casi con obiettivi medici o terapeutici, per esempio per sostituire arti o organi non più funzionanti, e in altri per migliorare artificialmente le nostre prestazioni fisiche o cerebrali.

 

E quello che gli esperti chiamano “bioenhancement”  e di cui ha parlato qualche mese fa anche Elon Musk.


Arrivano i cyborg. Non si tratta soltanto di protesi biomeccaniche super evolute quindi, ma anche di interfacce uomo macchina che estenderanno le nostre facoltà cognitive: ci permetteranno cioè di ricordare più cose e di aumentare l’attenzione, mitigheranno gli effetti dell’età e delle malattie neurodegenerative, ci permetteranno di vedere più lontano o di sentire meglio.

L’impatto di queste tecnologie non sarà solo sul piano fisico, ma anche e soprattutto su quello etico. Il rischio più concreto è che si perda di vista l’aspetto umano della persona e la si trasformi in una piattaforma biologica sulla quale aggiungere, costruire e potenziare. L’uomo rischia cioè diventare semplicemente la somma delle proprie estensioni artificiali.

Sistema uomo. Lo sostiene Michael Bess, docente di storia alla Vanderbilt University che da diversi anni si occupa dell’impatto culturale delle nuove tecnologie.

 

Dalle pagine di Aeon, Bess spiega come il pericolo di arrivare a considerare l’uomo alla stregua di una bella automobile sulla quale montare accessori sempre nuovi e potenti sia assolutamente reale.

La disumanizzazione dell’uomo, spiega Bess, non è un fenomeno nuovo: il colonialismo e la schiavitù ne sono la prova storica. Ma quello a cui stiamo andando incontro è un processo di de-umanizzazione guidato dalla tecnologia e dalla cultura che domina il pensiero occidentale.

 

La società ci vuole sempre più prestanti sia dal punto di vista fisico che intellettuale, sempre più magri, sempre pronti a dare il massimo. E allora perché non ricorrere alla tecnologia?

 

Vivere vs funzionare. Il futuro delineato dello storico è abbastanza inquietante: i tratti tipici dell’essere umano rischiano di diventare funzionalità, i talenti e le competenze oggi acquisiti in anni di studio o allenamento si trasformano in strumenti che possono essere comprati come attrezzi sul mercato, le debolezze e i limiti personali diventano difetti dai quali liberarsi.

Alcuni esempi? Impianti cerebrali che riducono o annullano il bisogno di dormire e che ci permettono di essere sempre al massimo delle capacità, oppure che potenziano il nostro cervello permettendogli di imparare di più e in più fretta.

Evitare questi scenari distopici non sarà facile e secondo Bess leggi, limiti e regolamenti sull’impiego delle tecnologie serviranno a ben poco. Sarà compito dei singoli individui prendere coscienza con questa realtà e rimettere se stessi al centro come persone e non come somma di singole capacità o competenze.

Tutto qui? Mica tanto: pensate a come sarebbe oggi la vostra vita senza smartphone o senza internet, immersi 24 ore al giorno in una realtà dove tutti ce l’hanno e lo utilizzano per comunicare, lavorare, imparare, divertirsi. Non vi sentireste isolati e tagliati fuori dal mondo?

 

Mantenere il controllo. La soluzione, conclude Bess, sarà dunque quella di selezionare attentamente i potenziamenti ai quali decideremo di sottoporci.

 

La domanda alla quale dovremo provare a rispondere non sarà più “Questa tecnologia, che cosa mi permette di fare in più rispetto a prima?” ma piuttosto “Questa bio-estensione di me stesso contribuirà davvero a migliorarmi la vita? Come saranno i miei rapporti gli altri dopo? Quali sono le cose che più mi danno soddisfazione”?

A chi lo accusa di luddismo, cioè di rifiuto del progresso, Bess risponde che rimettere l’uomo al centro è l’unica alternativa a uno scenario dove la competizione sfrenata in ogni ambito, professionale, sportivo, culturale, rischia di utilizzare la tecnologia per trasformarci in cyborg con una scala di valori completamente diversa da quella che abbiamo oggi e, probabilmente, non del tutto corretta.

01 Novembre 2017 | Rebecca Mantovani

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