Viviamo tutti in un videogame: parola di Elon Musk

Elon Musk, patron di Tesla, Hyperloop e SpaceX sostiene che la nostra realtà sia una simulazione computerizzata realizzata da una civiltà superiore. E spiega come potremo salvarci.

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Secondo Time Elon Musk è uno dei 100 uomini più influenti al mondo. E per gli appassionati di fumetti, è l'incarnazione di Tony Stark, il geniale inventore miliardario che si trasforma in Iron Man.|OnInnovation

Elon Mask non è noto solo per le sue iniziative imprenditoriali (PayPal, Tesla, Space X, Hyperloop solo per citare le più note) ma anche per le sue esternazioni spesso fuori dalle righe.

La scorsa settimana durante un intervento alla Code Conference di San Francisco ha ipotizzato che il mondo nel quale viviamo sia solo una sofisticata simulazione computerizzata, una specie di videogioco in stile Matrix realizzato da una civiltà progredita.

 

E le probabilità che non sia così sarebbero, secondo lui, solo una su diversi miliardi.

Da Pong agli Oculus. L’argomentazione proposta da Musk a sostegno di questa creativa ipotesi è la seguente: quarant’anni fa il videogioco era Pong, un puntino sullo schermo che veniva colpito con una barretta comandata da un joystick. Oggi abbiamo videogame iper realistici in 3D ai quali milioni di persone giocano contemporaneamente da ogni parte del mondo.

Se anche l’evoluzione tecnologica proseguisse ad un ritmo 1.000 volte più lento, nel giro di pochissimo tempo i videogiochi sarebbero totalmente indistinguibili dalla realtà e fruibili da miliardi di dispositivi di ogni tipo sparsi per il mondo: dalle TV agli smartphone, dalle consolle ai visori 3D.

 

In questo mondo le probabilità che ciò che circonda non sia virtuale diventerebbero quindi bassissime, nell’ordine di una su diversi miliardi.

 

L'intervento di Musk (in inglese - l'articolo prosegue dopo il video)

 

Come gattini di un supercomputer. Scrittori di fantascienza a parte, Musk non è il primo a proporre questa teoria. Ezra Klein, il direttore di Vox tra i primi a rilanciare sulla Rete l’intervento dell’imprenditore, ipotizza che Musk si sia ispirato al lavoro di Nick Bostrom, filosofo di Oxford tra i più seguiti nella Silicon Valley che si occupa da tempo del rapporto tra uomini e computer.

 

 

Nel 2014 Bostrom ha pubblicato un libro dal titolo Superintelligence: Paths, Dangers, Strategies nel quale illustra tutti i modi in cui un’intelligenza artificiale potrebbe prendere il sopravvento sulla razza umana.

«Se non evolviamo» ha spiegato Musk nel suo intervento «rischiamo di diventare gli animali domestici di una nuova generazione di macchine che dominerà il mondo».

Secondo l’imprenditore le generazioni future avranno a disposizione supercomputer molto più potenti degli attuali con i quali realizzeranno sofisticate simulazioni della vita del passato. E se queste simulazioni saranno sufficientemente realistiche potranno diventare coscienti.

Paradosso tecnologico. L’aspetto inquietante della faccenda è che dal punto di vista teorico la tecnologia futura permetterà di arrivate a scenari molto simili a questo. Ma allora…. come facciamo ad essere sicuri che non sia già successo e che il nostro presente non sia generato da qualche intelligenza artificiale del futuro?

 

Io, cyborg. Fortunatamente è lo stesso Musk, verso la fine del suo intervento a offrire una soluzione: per scongiurare il pericolo di un futuro dominato dall’intelligenza artificiale dovremo evolverci in cyborg.

Si tratterebbe della naturale prosecuzione di un processo già iniziato: molti di noi spendono già buona parte della propria vita online e il passo che ci manca consisterebbe nello sviluppare una sorta di interfaccia neurale (Musk ha parlato di neural lace) in grado di controllare la tecnologia con il pensiero.

Si tratta di qualcosa che in fase embrionale esiste già: nel cervello di alcuni topi sono stati già impiantati con risultati positivi dei microcircuiti flessibili.

Va anche detto che Elon Musk non è nuovo ad esternazioni di questo tipo: lo scorso settembre aveva suggerito di bombardare Marte con armi nucleari per scaldarlo e far si che possa "terraformarsi", cioè sviluppare un'atmosfera adatta alla vita come quella terrestre. Ma la sua proposta non aveva raccolto consenso da parte della comunità scientifica.

09 Giugno 2016 | Rebecca Mantovani