Digital Life

Transparency Report: Google vuota il sacco sulla censura globale

Subito segnalati gli stati che oscurano il Web.

In America esiste una lista dei criminali sessuali, liberamente consultabile per scoprire se (putacaso) qualcuno dei vicini è mai stato condannato per quel genere di reati. Potremmo dire che Google ha pubblicato una lista concettualmente simile: il suo Transparency Report è una mappa mondiale della censura e delle richieste di informazioni personali su singoli utenti da parte di governi e magistrature.

La luce della filosofia “do no evil” di Google si era un po’ offuscata, appesantita dagli accordi (per quanto combattuti) con il governo cinese, responsabile di spiare i propri cittadini, ma soprattutto gli account di Gmail. Per ridare lustro all’immagine di “gigante buono”, Mountain View ha scelto la strada della disclosure nei confronti di tutti i propri prodotti online.

Questo set di strumenti è nato per monitorare una serie di attività governative che potrebbero essere tanto buone quanto cattive. Sto parlando del blocco all’accesso a determinati siti, la raccolta di dati tramite ordine giudiziario, le richieste di rimozione di contenuti da YouTube, dal motore di ricerca o da Blogger. Se queste richieste (doverosamente ottemperate da Google) vengono avanzate con moderazione, generalmente ci troviamo davanti alla normale attività di mantenimento dell’ordine pubblico di uno stato democratico. Se invece ci troviamo di fronte a migliaia e migliaia di casi, è legittimo iniziare a riflettere sulla natura e sugli intenti di un governo. Devo dire che le 651 richieste di dati da parte dello stato italiano sono inferiori in numero rispetto alle mie aspettative (e comunque allo stesso livello della Germania, un terribile “nanny state”), mentre le oltre 4200 degli Stati Uniti non mi stupiscono affatto!

E la Cina? Ah... Su quell’argomento c’è il vuoto. Richieste di informazioni e censure sono considerati segreti di stato dal paranoico regime cinese e Google non può dir nulla.

22 settembre 2010
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