Spotify alle corde, strangolato dalle Major

Le royalties lo stanno uccidendo.

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Non esiste un mercato dove la situazione è altrettanto grottesca di quello musicale, in cui le Major, i padroni di ieri, vedono i propri introiti calare e non si rendono neppure conto di strangolare il business di domani a causa della propria goffa, annaspante brama di sopravvivenza. Le condizioni in cui versa Spotify sono un esempio netto di questa drammatica situazione. Il servizio, per citare direttamente Sean Parker (un suo grande finanziatore) tiene i propri utenti per le palle. Sette milioni di utenti, 250.000 dei quali paganti, hanno riempito le casse di Spotify con 11.32 milioni di Sterline di sottoscrizioni e pubblicità. A causa dell'idiozia delle Major, molti mercati come il nostro Italiano non sono neppure aperti, e l'applicazione non è neppure ancora sbarcata in America: questo dà un'idea del potenziale commerciale della musica in streaming. Ma a Spotify nulla va come dovrebbe. Le case discografiche reclamano la loro parte e tra spese e soprattutto royalties hanno preso il volo quasi 19 milioni di Sterline. Esattamente: più dei guadagni. Se il sito è ancora in piedi, è dovuto agli sforzi degli investitori. Ma come è possibile? Semplicemente le Major non si prendono neppure la briga di discutere su base individuale gli accordi di licensing, e siccome Spotify offre un modello ibrido pubblicitario/a pagamento, le royalties invece di regolarsi si sommano, moltiplicandosi in modo abnorme. Ci sono buone ragioni per sospettare una certa dose di malizia in questa rigidità forzata. E' stupido uccidere il proprio mercato. E' stupido, ma tutti i business musicali del mondo si sono alleati per farlo. Loro sono destinati a sparire per sempre, ma anche gli utenti sentiranno il contraccolpo nei prossimi anni.

 

23 novembre 2010