L'evoluzione di Internet e i rischi per la privacy

Entro il 2020 Internet come la conosciamo oggi non esisterà più: ha già iniziato ad evolversi in una rete di sensori e oggetti interconnessi tra loro che formano un unico, grande sistema per la raccolta e l'elaborazione dei dati.

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Una rete di miliardi di sensori e oggetti interconnessi potrebbe mettere a rischio la nostra privacy. Siamo in pericolo? | Boring Lovechild / Flickr

Internet come lo conosciamo ora potrebbe scomparire nel giro di qualche anno, diluito in miliardi di dispositivi e sensori vari, tutti connessi alla Rete e anche tra di loro. È lo scenario tracciato da Eric Schmidt, CEO di Google, nel suo intervento al World Economic Forum di Davos e riportato dal sito TechCrunch.

Oggetti intelligenti. Le previsioni di Schmidt sono confermate dai numeri: secondo gli analisti di Gartner nel mondo ci sono 3,8 miliardi di oggetti intelligenti connessi ad Internet e potrebbero diventare 25 miliardi entro il 2020. Ma che cosa sono? Sicuramente smartphone e tablet ma anche braccialetti, cardiofrequenzimetri e sensori vari utilizzati per lo sport e il fitness, macchine fotografiche, telecamere, impianti di illuminazione, termostati, elettrodomestici, automobili e molto altro ancora. Tutti oggetti che registrano le nostre azioni, i modi e i tempi in cui interagiamo con loro, gli acquisti che facciamo, dove andiamo...

La stessa Google sta investendo parecchie risorse in questo nuovo Internet of Things, la rete degli oggetti connessi: lo scorso anno ha acquisito Nest, che produce termostati intelligenti e sensori per il fumo, e Dropcam, specializzata nella realizzazione di sistemi di sicurezza Wi-Fi. E già da diversi anni sta portando avanti progetti ancora più avveniristici come l’auto senza conducente.

Il sensore ti guarda. Ma c’è chi si spinge oltre: l’università di Harvard ha presentato a Davos una flotta di minuscoli droni grandi come mosche in grado di svolazzare in giro e raccogliere campioni di DNA.

 

Agghiacciante? Abbastanza… Anche se ci sembra ancora più inquietante pensare che anche senza queste tecnologie così invasive la nostra quotidianità è continuamente monitorata: basta infatti utilizzare il telepass e le carte di credito o anche postare aggiornamenti e foto sui social network per lasciare sulla una traccia piuttosto evidente di dove siamo stati, cosa abbiamo fatto e con chi. «La privacy come era intesa nel passato è un concetto non più sostenibile»spiega ai media Margo Seltzer, docente di scienze informatiche ad Harvard.

Toc toc... sono Internet. Va quindi bloccata la tecnologia? No, anche perché sarebbe impossibile. Occorre però regolamentare a livello legislativo la raccolta dei dati e sopratutto il loro uso. La pensa così anche Schmidt, che a Davos ha sottolineato più volte come sia indispensabile chiedere il permesso dell’utente prima di entrare digitalmente nella sua vita.

Anche perché ad oggi una difesa estrema della propria privacy è ancora possibile: basta spegnere il cellulare, non accedere a Internet, utilizzare solo contanti e le tracce seminate in giro si riducono notevolmente. Ma nell’Internet of things tutto questo è molto più difficile: “staccare la spina” in un mondo dove tutto è connesso, dall’automobile agli elettrodomestici, dai sistemi di pagamento ai trasporti diventa praticamente impossibile.

Ciò che deve preoccupare di più in questo scenario alla Minority Report sono le connessioni tra i diversi nodi e le varie informazioni che, se non gestite correttamente, potrebbero permettere di ricostruire con estrema precisione le azioni, i comportamenti e i profili di tutti coloro che si interfacciano con questa nuova Internet invisibile (come già può avvenire con le carte di credito). Una vera miniera d’oro per Google e per tutte le aziende della pubblicità, online e non solo. Un esempio?

Disoccupata? COlpa del sensore. Il braccialetto per il fitness di Francesca, ipotetica cittadina del mondo digitale, rileva un calo delle sue prestazioni nella corsetta domenicale. Contemporaneamente la sua bilancia registra un progressivo aumento di peso e il suo sito di ecommerce preferito si accorge che dalla dieta spariscono improvvisamente il sushi e gli alcoolici. E il GPS del suo smartphone traccia frequenti visite a un laboratorio ecografico.
Gli algoritmi che gestiscono la pubblicità online mettono in relazione tutte queste informazioni e deducono che Francesca è in dolce attesa.

Ma Francesca sta anche cercando lavoro e ha inviato decine di curriculum online. Una delle aziende per le quali Francesca si è candidata ha comprato da una società specializzata in marketing digitale un servizio di profilazione che consente all’ufficio di risorse umane di avere informazioni sui potenziali candidati. E Francesca, che risulta essere nel gruppo “giovani donne di cultura medio alta, in attesa di un figlio”, viene scartata. Fa paura vero?

Non solo NSA. Ovviamente nessuno degli operatori del settore, Google per primo, si sbilancia a confermare una simile previsione, ma dal punto di vista tecnologico questa violazione della privacy e dei diritti di Francesca è possibile già oggi. Per non parlare delle possibilità di sorveglianza e controllo che questa mole di dati così facilmente correlabili potrebbe aprire a governi e agenzie di intelligence: roba da far sembrare il caso Snowden uno scherzo da studenti.

AAA, Leggi cercansi. La buona notizia è che tutto questo non è inevitabile: occorre però un confronto tra il mondo della tecnologia e i legislatori per definire senza ambiguità i confini del nuovo Internet e i diritti degli utenti. E va fatto adesso, nella fase embrionale di questa realtà, prima che la situazione diventi incontrollabile.

«Il focus delle aziende dell’online deve spostarsi sulla minimizzazione della quantità di dati raccolti piuttosto che sulla registrazione di tutto il possibile, la sicurezza di queste informazioni deve diventare un requisito imprescindibile e, soprattutto, deve esserci nei confronti degli utenti la massima trasparenza sull’uso che ne viene fatto» ha affermato all’ultimo Consumer Electronic Show Edith Ramirez, capo della Federal Trade Commission, agenzia del governo americano per la tutela dei consumatori.

Ma occorre fare presto. Il futuro prospettato da Schmidt è davvero dietro l’angolo.

 

2 febbraio 2015 | Rebecca Mantovani