Tecnologia

La città virtuale di Apple, che nacque e morì 20 anni fa

Nel 1994 l'azienda americana creò una città virtuale di servizi, anticipando le tendenze di oggi. Ma per errori e problemi interni venne chiusa.

Nel gennaio 1994, Apple mise online una “città elettronica” chiamata eWorld. Un ambiente virtuale disegnato in stile fumettoso con strade, palazzi e edifici, ciascuno dedicato a un servizio via internet (chat, forum, informazioni, email).

Il progetto, che fu un po' antesignano della web-realtà di Second Life e che creava relazioni online come oggi fanno i social network, durò circa due anni: venne chiuso nel marzo 1996, in concomitanza con difficoltà dell'azienda. Ora le sue rovine sono la memoria di un'epoca vicina cronologicamente ma lontanissima dal punto di vista tecnologico.

Uno spazio da inventare. Nei primi anni '90, Internet era ancora lontano dalla diffusione globale, un vasto territorio da conquistare e definire nei suoi contenuti. Così i manager Apple autorizzarono il progetto di eWorld, che riprendevano un po' il principio dei "giardini online", servizi proposti da America Online (da cui Apple acquisì alcune licenze).
Si trattava di una vera e propria alternativa al browser che si usa per navigare il web.

Palazzi e servizi. eWorld venne inaugurato il 5 gennaio 1994. I servizi proposti da Apple erano immersi in una vera città virtuale, percorsa da una serie di edifici colorati in cui entrare per accedere a informazioni, chat e email. La metafora era semplice: ogni edificio era focalizzato su un particolare contenuto; cliccando ad esempio sul palazzo Business and Finance si apriva una finestra che mostrava articoli di riviste specializzate, discussioni sull'economia e indice borsistico. Altri edifici erano dedicati ai giochi, all'intrattenimento, allo shopping, allo sport, alla cultura (con un'enciclopedia) e ai prodotti Apple.

Il modello economico ed etico. Accedere a eWorld aveva un costo di 8,95 dollari al mese solo per navigarci 2 ore serali (o il weekend) a cui aggiungere 4,95 dollari per ogni ora aggiuntiva. Oggi potrebbe sembrare folle una strategia del genere, ma ai tempi, quando il costo dei servizi era più strettamente collegato ai prezzi della connessione alla Rete, era un modello economico abbastanza in voga.


Il cyberspazio di Apple era organizzato in modo da tenere alta l'attenzione sulla privacy degli utenti e la loro sicurezza online: non era consentito l'anonimato e gli utenti autori di insulti e molestie venivano subito espulsi dalla città.

Tempi sbagliati. Allora perché l'idea non funzionò? Per una serie di cause convergenti. Da una parte Apple non la spinse molto, rendendola disponibile solo ai possessori di computer Apple e Newton; anche per questo gli iscritti furono solo 150 mila, contro i 5 milioni del "giardino" di Aol. Dall'altra, in quel periodo Apple stessa navigava in acque difficili: l'amministratore delegato Gil Amelio, approdato all'azienda un anno dopo il lancio di eWorld, decise di tagliare i prodotti non profittevoli o lontani dal vero business di Apple, i computer. E in quegli anni il web stava iniziando a trasformarsi in quello che è oggi, un luogo aperto, in cui i servizi non sono centralizzati ma diffusi in vari siti, e tendenzialmente gratuiti.


I rimpianti. Così il 31 marzo 1996 la città, dopo essere diventata una sorta di cantiere in stallo, come altri progetti apparentemente di successo venne chiusa. Con qualche rimpianto: fino al 1998 andò avanti un forum di utenti affranti, che scrivevano di come eWorld avesse loro cambiato la vita in meglio, permettendo di conoscere tante persone.

15 settembre 2015
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