Facebook: troppa privacy non fa bene alla scienza

Lo scandalo Cambridge Analytica ha spinto Facebook (anche) a non rendere più disponibili i suoi dati alle app di terzi. Ma ci rimette anche la ricerca sociale

shutterstock_editorial_9547037x_huge
Facebook ha recentemente annunciato restrizioni di accesso ai dati degli utenti da parte di terzi: un blocco che sulla carta servirà a proteggere le nostre informazioni, in risposta alla protesta pubblica seguita allo scandalo di Cambridge Analytica

E se la rinnovata attenzione alla privacy da parte di Facebook non fosse un bene per tutti? Per esempio: che ne sarà della possibilità di istituzioni scientifiche di usare il social network per condurre ricerche sociali su larga scala? Dopo il caso Cambridge Analytica questa possibilità sembra definitivamente sfumata. E questo comporta, ancora una volta, non pochi problemi etici.

 

La Api social. Facebook ha recentemente annunciato restrizioni di accesso ai dati degli utenti da parte di terzi: un blocco che sulla carta servirà a proteggere le nostre informazioni, in risposta alla protesta pubblica seguita allo scandalo di Cambridge Analytica. Tecnicamente, il social network ha in pratica ristretto gli accessi alle sue API (Application Programming Interface), usate dai programmatori di app e videogiochi per accedere ai suoi big data.

 

Ma anche molti ricercatori universitari fino a oggi avevano usato lo stesso sistema per studiare il comportamento delle persone (online). Facebook infatti è imprescindibile per gli studiosi di scienze sociali e statistiche, visto che ha una base utenti di ben 2,13 miliardi di persone. Ma le ultime decisioni di Zuckerberg da ora in avanti renderanno praticamente impossibile effettuare ricerche sociali su Facebook attraverso i software usati dalla ricerca accademica su Facebook (tra cui netvizz, NodeXL, SocialMediaLab, fb_scrape_public e Rfacebook) tutti basati sulle API di Facebook per raccogliere dati.

Scraping: che cos'è? In alternativa i ricercatori potrebbero mettersi a scandagliare il social network con la tecnica nota come scraping (raschiatura), che richiede però più fatica e limita drasticamente la quantità di informazioni che possono essere raccolte ed elaborate. Il problema, oltre all'aspetto della fatica,  è che questo superlavoro alla lunga non può produrre campioni rappresentativi di eventi del mondo reale, come movimenti sociali, elezioni e campagne di disinformazione. Ecco perché quella che sembra una questione per addetti ai lavori, in realtà ha ben altra portata.

 

Secondo i ricercatori, il fatto che Facebook prima fosse in minima parte accessibile agli studiosi di big data lo rendeva da un certo punto di vista più trasparente. E con le nuove norme c’è il rischio che diventi una sorta di scatola nera, da cui nulla trapela con buona pace della trasparenza. Bernhard Rieder, professore associato presso l'Università di Amsterdam che ha sviluppato netvizz - un programma che estrae dati da Facebook per scopi di ricerca - ritiene che "c'è la possibilità che i social siano sempre più imperscrutabili e non osservabili".

 

Certo lasciare la porta totalmente aperta non proteggerebbe noi utenti da un altro caso Cambridge Analytica. Ma in verità l’errore secondo molti ricercatori l’avrebbe fatto lo stesso Facebook, che fino al 2015 consentiva alle app di terze parti di accedere a molti dati, senza prendere troppe garanzie sull'uso che ne avrebbero fatto.

 

È stato così che Aleksandr Kogan, il ricercatore dell'Università di Cambridge ha raccolto, per scopi di ricerca, informazioni sui profili di 270.000 utenti di Facebook e decine di milioni di loro amici usando un'app per test di personalità chiamata thisisyourdigitallife. E poi successivamente Cambridge Analytica ha ottenuto tali dati per usarli nel tentativo di indirizzare campagne politiche tra cui le elezioni presidenziali americane del 2016.

 

 

Social avvisato... La decisione di Facebook di limitare i ricercatori insomma è un po' ironica, perché sono stati proprio gli accademici a evidenziare per primi i problemi che avrebbe potuto avere il social network consentendo l’accesso indiscriminato ai dati. Nel 2013 lo stesso Rieder aveva provato a mettere Facebook in guardia circa la quantità di dati che un'app di terze parti avrebbe potuto ottenere.

 

Ma a Menlo Park tuttavia hanno ignorato tali preoccupazioni fino al 2015, quando le politiche che regolano la condivisione dei dati sono cambiate, diventando più restrittive per i ricercatori. Da allora è stato un crescendo: il social è diventato sempre più cauto negli accessi dall'esterno fino a quando, sulla scia dello scandalo di Cambridge Analytica, Zuckerberg ha sottolineato l'importanza di proteggere i dati degli utenti. 

 

Uno degli effetti collaterali che potrebbe avere il blocco delle API di Facebook, è che crescerà il divario tra i ricercatori sociali che lavorano alle dipendenze dei social network e quelli che invece lavorano in ambito accademico. E questo finirebbe per impoverire la ricerca universitaria a vantaggio di quella privata degli stessi social. Un problema etico non da poco, al punto che la stessa Facebook dopo l’annuncio, è stata costretta a correggere il tiro, promettendo che cercherà un modo per aiutare i ricercatori ad accedere ai dati di pubblico interesse (per esempio durante le elezioni).

 

Per ora però le pagine blu appaiono sigillate e i ricercatori non possono più accedere ai dati collettivi. Attenzione: questo vuol dire che prima gli studiosi di scienze sociali potessero sapere cosa pubblicavamo sulla nostra bacheca, ma significa semplicemente che potevano per esempio monitorare l’uso di alcune parole chiave su larga scala e captare gli argomenti del giorno. Ora invece non è più possibile. E il rischio, secondo alcuni studiosi, è che se è vero, come diceva il filosofo Bacone, che la conoscenza è potere, adesso il potere sui nostri dati è interamente nelle mani di Facebook.

 

26 Maggio 2018 | Eugenio Spagnuolo