Facebook e la ridicola task force che vigila sulle gigantesche elezioni in India

Mentre la più grande democrazia del mondo vota per 39 giorni, Zuckerberg ha affidato a piccole e inadeguate aziende locali il controllo di fake news e video che possono influenzare le scelte dei cittadini.

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Un gruppetto di volenterosi contro un fenomeno globale: la lotta alle fake news nelle elezioni in India, illustrata. | REUTERS/Dado Ruvic/Illustration

Una delle prove più difficili per Facebook si sta svolgendo ora molto lontano dai suoi quartieri generali: precisamente in India, alle prese con le più massicce operazioni di voto mai compiute in una democrazia moderna. Lo scorso 11 aprile si sono aperte le urne per i 900 milioni di aventi diritto: le elezioni generali si svolgono in sei fasi, fino al 19 maggio, per consentire una gestione ordinata della popolazione.

 

39 giorni di votazioni! Con circa mezzo miliardo di votanti che ha accesso a Internet, 300 milioni dei quali con un profilo Facebook e WhatsApp, il timore è che l'evento politico vedrà anche una campagna senza precedenti sui social, e probabilmente un'influenza senza precedenti delle fake news. La piattaforma di Zuckerberg, che in quanto a trasparenza e democrazia ha una credibilità da ricostruire, ha fatto sapere di voler "assicurare che le elezioni siano oneste e libere da interferenze esterne e locali". L'impressione, però, è che abbia messo in campo un gruppetto di Davidi contro un esercito di Golia.

 

cacciatori di bufale. La fatica del debunking di video deep fake e altre discutibili prelibatezze social è affidata a sette piccoli uffici di compagnie terze che lavorano sette giorni su sette per analizzare le notizie social in 10 lingue sulle 23 parlate in India. A Boom Live, una delle principali, con sede a Mumbai, di recente contattata Bloomberg, lavorano 11 persone: dal colosso californiano che dice di voler fare della lotta alla disinformazione il suo fiore all'occhiello ci si poteva forse aspettare qualcosa di più.

 

«Che possono fare 11 persone, davanti a centinaia di milioni di utenti per la prima volta connessi a Internet dal cellulare, che condividono avidamente ogni video sospetto o ogni succosa fake news?», si chiede Karen Rebelo, vicedirettrice della compagnia. Affidarsi a esperti locali (pagati meno e da usare più facilmente come scaricabarile, se le cose dovessero prendere la piega sbagliata) è solo una delle strategie che Facebook dice di aver messo in campo, accanto a una sala operativa al lavoro sulle elezioni a Nuova Delhi, annunci politici più trasparenti e alla rimozione di migliaia di pagine che diffondono disinformazione.

 

Serve a poco o a nulla. I fact checkers di Boom Live verificano o sbugiardano i post al vetriolo su Facebook e WhatsApp studiati per suscitare indignazione e screditare i candidati, controllano i video insolitamente popolari, segnalano i gruppi da chiudere, denunciano gli utenti che violano le regole.

 

Ma un video cancellato in 24 ore può comunque avere ottenuto già milioni di visualizzazioni. E anche se l'originale non è più disponibile, le sue versioni leggermente modificate continuano a spuntare come funghi. Per il sovralavoro e la violenza di alcuni contenuti, ci sono fact checker che riportano sintomi simili a quelli del disturbo post traumatico da stress.

 

Una goccia nel mare. Data l'entità del problema, si legge su Bloomberg, è come se stessero togliendo a mano granelli di sabbia contaminati da un'intera spiaggia; come se combattessero un'idra a più teste mentre annaspano nel fango. Per contrastare questo problema, in un vicino futuro in cui l'Intelligenza Artificiale genererà contenuti sempre più credibili, occorrerà pensare a strategie ben più organizzate e capillari. Sempre che la questione interessi per davvero.

 

28 aprile 2019 | Elisabetta Intini