Wikipedia si auto-oscura: ecco i perché della protesta

La versione italiana dell'enciclopedia online è oggi inaccessibile per un'iniziativa di protesta contro due nuove regole sul copyright che l'Unione Europea si prepara a votare. Ecco che cosa dicono le leggi, e quali conseguenze potrebbero avere per chi opera - o si informa - sul web.

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Un tentativo di mettere ordine nell'informazione online potrebbe avere alcuni effetti boomerang.|Shutterstock

Chi oggi ha provato ad accedere alla versione italiana di Wikipedia l'ha trovata auto-censurata, irraggiungibile per una forma di protesta contro la nuova direttiva sul copyright in fase di votazione al Parlamento Europeo. Giovedì 5 luglio i membri dell'istituzione riunita a Strasburgo delibereranno su un pacchetto di leggi dell'Unione Europea volto ad armonizzare le regole comunitarie in materia di diritto d'autore nel mondo digitale, in particolare sui contenuti online.

 

La proposta è già stata approvata dalla commissione giuridica dell'Unione il 20 giugno 2018, ma necessita del voto in Parlamento per diventare Legge.

 

Il contenuto della proposta è stato aspramente criticato da colossi di Internet come Google, da attivisti per la libera informazione online e da alcuni dei fondatori stessi del World Wide Web, come Tim Berners-Lee: l'idea espressa in una lettera aperta contro il provvedimento è che alcuni aspetti della direttiva finiranno per limitare la libera circolazione di notizie online e aprire la strada a forme di censura.

 

I motivi della protesta. Due gli elementi contestati: il primo, l'articolo 13, prevede per le piattaforme online con contenuto generato dagli utenti (come appunto Wikipedia, ma anche blog, forum e social network) una forma di verifica preventiva dei materiali postati (foto, audio, codici, testo) per impedire violazioni del diritto d'autore. In pratica si auspica l'utilizzo di avanzati filtri che riconoscano in modo automatico i contenuti e stabiliscano se questi sono "liberi" o protetti da copyright, prima di dare il via libera al loro utilizzo.

 

Una simile funzione (Content ID) è già usato per i video da caricare su YouTube, ma è frutto di un lavoro complesso che, secondo molti, sarebbe oneroso e impossibile da sostenere per piattaforme aperte e gratuite. Oltre alle questioni di controllo dei diritti, si teme che società che mantengono i database e gestiscono i filtri possano applicare (o essere indotte ad applicare) una forma di controllo a priori sui contenuti liberi di circolare.

 

Il secondo elemento, l'articolo 11, è pensato per limitare il potere che grandi piattaforme aggregatrici di contenuti come Facebook e Google hanno sugli editori online: la legge, che è già stata soprannominata dai suoi detrattori "tassa per i link", prevede che le grandi piattaforme online paghino agli editori una cifra annuale concordata, come licenza per mostrare l'anteprima e il link di segnalazione dei contenuti che mostrano - una pratica che, se da un lato "attinge" gratuitamente a testo teoricamente protetto da diritto d'autore, dall'altro è tra le principali fonti di traffico ai siti che hanno pubblicato quella notizia.

 

La disputa si protrae da tempo e Google ha avviato progetti di finanziamento di siti innovativi di informazione online per attenuare il problema della diffusione gratuita di contenuti di valore. La legge è nata per supportare i siti minori e guidare il traffico direttamente alla loro homepage, ma di fatto potrebbe ridurre di molto il traffico in entrata nei siti giornalistici, perché Google o Facebook potrebbero decidere semplicemente di non pagare alcuna licenza.

 

03 Luglio 2018 | Elisabetta Intini

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