Architettura

L'origine di chi guarda cambia le illusioni ottiche

Le illusioni ottiche non sono uguali per tutti: l'inganno cambia a seconda delle origini e della cultura di chi guarda.

Le illusioni ottiche sono negli occhi di chi le guarda. O, meglio, nel loro cervello. E ciò che viene percepito può essere diverso a seconda del patrimonio di culture ed esperienze che ciascuno porta con sé. È questa l’inattesa conclusione di uno studio condotto da Adam Alter, professore di psicologia all’Università di New York, presentato in un libro da poco pubblicato.

[Come funzionano le illusioni ottiche?]

Illusioni geografiche.
L’analisi di Alter prende spunto dagli effetti dell’illusione di Müller-Lyer (vedi foto qui sopra) su persone provenienti da etnie e contesti culturali differenti. Fino agli anni ‘60 questa immagine è stata utilizzata per valutare la percezione visiva degli osservatori: veniva considerato “normale” chi vedeva la linea con le frecce rivolte verso l’interno più lunga rispetto all’altra.

Dai test effettuati sul campo, l’illusione sembra ingannare perfettamente la maggioranza degli europei, degli americani e dei bianchi sudafricani. Ma le cose cambiano quando i partecipanti all’esperimento vengono reclutati tra le tribù africane. I bushman, che vivono nelle zone più meridionali dell'Africa, sembrano insensibili all’illusione e vedono le linee della stessa lunghezza. I Soku dell’Angola settentrionale e i Bete della Costa d’Avorio percepiscono invece la linea con le frecce verso l’esterno più lunga dell’altra.

Palazzi e capanne.
Appurato che tutti i partecipanti al test godevano di ottima salute visiva, i ricercatori hanno quindi attribuito le differenze percettive ai loro diversi retaggi culturali. Secondo Alter le civiltà occidentali sono abituate a vedere linee rette e angoli di 90° negli edifici e negli oggetti di uso comune, dai tavoli alle finestre. Questo porterebbe gli osservatori a cercare la tridimensionalità anche nelle immagini bidimensionali come quelle utilizzate per l’esperimento: l’effetto sarebbe quello di vedere una linea più corta dell’altra anche quando sono perfettamente identiche. Per questo motivo nelle popolazioni africane, molto meno esposte di noi occidentali a queste geometrie (le loro capanne e le loro abitazioni sono per lo più a pianta circolare), l’inganno percettivo sarebbe quasi del tutto assente.

Ci casca anche il computer.
Ma anche questa teoria potrebbe, almeno in parte, essere presto accantonata: un team di scienziati della Macquire University ha insegnato a un computer a imitare lo schema percettivo dell’occhio umano: il programma è così ben costruito che il computer si lascia ingannare dall’illusione di Müller-Lyer. «Il fatto che una macchina abbia fallito il test di Müller-Lyer non è sufficiente per smentire l’approccio culturale alla percezione visiva», commenta Alter, «ma sicuramente introduce un aspetto del quale tenere conto e sul quale serviranno ulteriori studi.»

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27 marzo 2013 Rebecca Mantovani
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