La vita nello Spazio ha un effetto fisico di lunga durata sul cervello

Le cavità che contengono i fluidi cerebrali si allargano durante la permanenza in orbita, e impiegano mesi a riprendere il volume normale. Il fenomeno potrebbe forse essere collegato ai problemi alla vista lamentati da molti astronauti in missione.

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L'astronauta dell'ESA Tim Peake esamina la salute dei suoi occhi durante una missione sulla ISS.|NASA

In microgravità, i fluidi che ci irrorano tendono a concentrarsi nella parte superiore del corpo: è per questo che dopo alcuni mesi sulla Stazione spaziale internazionale gli astronauti hanno il volto più gonfio. Ora uno studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences entra più nel dettaglio, e indaga gli effetti di questa condizione sul cervello.

 

In base a una ricerca dell'Università di Anversa (Belgio), le missioni spaziali di lunga durata alterano il volume dei ventricoli, ossia le cavità comunicanti nel cervello che producono, contengono e smistano il liquor, il fluido che permea e protegge il sistema nervoso centrale. Con il tempo, l'afflusso anomalo di liquidi nella parte superiore del corpo fa espandere i ventricoli, che impiegano poi mesi a riprendere le dimensioni originali.

 

Effetto yo-yo. Per lo studio sono stati analizzati i cervelli di 11 cosmonauti russi prima, durante e dopo alcuni mesi di missione. Complessivamente, i loro ventricoli si sono espansi dell'11,6% in un periodo medio di 169 giorni. Con il ritorno a Terra, le cavità hanno iniziato a restringersi, ma a 7 mesi dal termine della missione, erano ancora più ampie del 6,4% rispetto alle dimensioni iniziali.

 

Questo meccanismo compensatorio non era stato indagato nello studio sui gemelli Kelly che ha, però, confrontato le performance cognitive dei due astronauti prestati alla scienza: in un certo senso, il nuovo lavoro è complementare a quello della NASA.

 

Problemi alla vista. Gli effetti dell'espansione dei ventricoli sulle funzioni cerebrali non sono ancora chiari. Il fenomeno potrebbe avere ricadute sul comportamento, che tuttavia non sono emerse dallo studio, o essere associato alla Space flight-associated neuro-ocular syndrome (SANS), il disturbo alla vista accusato dal 37,5-51% di astronauti della NASA che più di altri problemi potrebbe ostacolare le future missioni spaziali di lunga durata.

Studi precedenti hanno collegato l'afflusso importante di liquor al cervello a questa sindrome oculare, per via dell'aumentata pressione cui il sistema è sottoposto; la ricerca belga ha trovato una piccola correlazione tra il peggioramento dell'acuità visiva dell'occhio sinistro e l'espansione del volume ventricolare nel cervello. Ma è un effetto statisticamente molto piccolo, e i cosmonauti analizzati erano tutti maschi: serviranno altri studi per confermare o smentire questa ipotesi.

 

In ogni caso, il lavoro è un altro prezioso tassello per prepararci a fronteggiare le ripercussioni sull'organismo di missioni nello Spazio profondo.

 

 

21 Maggio 2019 | Elisabetta Intini