Scienza

Virus nello spazio? No grazie!

Uno scienziato inglese affronta il problema della contaminazione di altri pianeti da parte di microrganismi portati da sonde e veicoli spaziali terrestri. Ma una questione rimane aperta: noi come potremmo difenderci da un virus alieno? (Alessandro Bolla, 28 maggio 2008)

Prevenire è meglio che curare... Non lo pensa solo la vecchia zia, ma anche Charles Cockell, professore del Centro per la Terra, i Pianeti e la Ricerca Astronomica della Open University di Milton Keynes, in Gran Bretagna. In una sua recente pubblicazione, l'illustre cattedratico affronta un problema assai rilevante per il futuro dell'esplorazione spaziale: come si potrà evitare che i microbi terrestri portati da sonde, robot e navicelle contaminino altri pianeti e sistemi solari? La questione può sembrare accademica, visto che l'esplorazione di un sistema solare diverso dal nostro è destinata a rimanere ancora a lungo un sogno: il veicolo spaziale più veloce oggi disponibile impiegherebbe infatti migliaia di anni per raggiungere Alpha Centauri, la stella a noi più vicina e distante "solo" 4 anni luce, circa 40 miliardi di chilometri, dalla Terra. Non si può però escludere che in un futuro più o meno prossimo veicoli a propulsione nucleare, vele solari (leggi la notizia) e antimateria permettano di raggiungere rapidamente nuovi mondi.

Scienza ed etica. Secondo Cockell il problema della contaminazione non va sottovalutato: occorre mettere a punto metodologie di esplorazione che preservino qualsiasi forma di vita aliena, sia per l'interesse scientifico sia per questioni etiche. Dal 1967 è inoltre attivo un trattato internazionale che impone tutti i paesi a non contaminare in alcun modo la Luna e gli altri corpi celesti. Nel rispetto di questi vincoli, la Nasa, nelle sue missioni, segue i protocolli messi a punto dal Consiglio per la Ricerca Spaziale, un organismo con sede a Parigi che promuove la cooperazione internazionale sulla ricerca spaziale.

STERILE COME UN TRAPANO
Dal punto di vista pratico ciò significa che la Nasa sterilizza tutto ciò che viene lanciato nello spazio, e particolare attenzione viene dedicata a trapani, trivelle e altri attrezzi che si infilano nel sottosuolo. Il braccio meccanico della sonda Phoenix (leggi la notizia), per esempio, è stato sterilizzato ad altissima temperatura prima del lancio verso Marte. Attualmente la Nasa non ha protocolli specifici per evitare la contaminazione tra sistemi solari. Secondo Cassie Conely, responsabile dei programmi di protezione planetaria, il lungo viaggio dei veicoli spaziali verso altri pianeti solari e la conseguente esposizione alle radiazioni cosmiche dovrebbe tuttavia garantire la completa distruzione di ogni tipo di microbo.

Batteri immortali. Ma il condizionale è d'obbligo: le nuove tecnonolgie potrebbero ridurre la durata dei viaggi interstellari a pochi decenni e questi tempi non sarebbero sufficienti alla distruzione di forme di vita come il Deinococcus radiodurans (un batterio scoperto negli anni'50), che possono resistere senza grossi problemi alle radiazioni spaziali e nucleari. Secondo Cockell, la strada per la sterilizzazione totale dovrebbe passare per il riscaldamento progressivo delle sonde nel corso del loro tragitto verso nuovi mondi: questo permetterebbe la distruzione di eventuali clandestini perché altererebbe in modo irreparabile il loro Dna.

Ma che cosa succederebbe se i nostri strumenti di rilevazione osservassero un veicolo alieno che si avvicina alla Terra? Come ci dovremmo comportare? Dovremmo accoglierli a braccia aperte per entrare in contatto con nuovi mondi o distruggerli finché sono a distanza di sicurezza per evitare che un virus sconosciuto distrugga ogni forma di vita sulla Terra? La questione è aperta...

28 maggio 2008
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