R136a1 è considerata la stella più massiccia mai scoperta finora

R136a1 è nella nebulosa Tarantola, nella Grande Nube di Magellano, a 165.000 anni luce da noi: se entrasse nel nostro Sistema Solare oscurerebbe il Sole anche in pieno giorno.

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Rappresentazione artistica di R136a1. | Sephirohq / WikiMedia

È considerata la stella più massiccia mai scoperta finora: non un record in termini di volume ma in termini di massa (315 masse solari) e di luminosità (8-10 milioni di volte il Sole).

 

R136a1 è nella nebulosa Tarantola (nella Grande Nube di Magellano, visibile nel cielo australe) a 165.000 anni luce da noi: se entrasse nel nostro Sistema Solare oscurerebbe il Sole anche in pieno giorno, la sua massa ridurrebbe l'anno solare a sole 3 settimane e le radiazioni sarebbero così intense da rendere impossibile qualsiasi forma di vita.

 

Secondo gli scienziati, al momento della sua nascita la temperatura superficiale doveva essere attorno ai 40.000 °C (circa 7 volte quella attuale del Sole): si stima che oggi sia attorno ai 50.000 °C. Si sarebbe formata meno di 1 milione di anni fa e, spiega Paul Crowther, coordinatore del team che ha firmato la scoperta, «stelle così grandi hanno una vita piuttosto breve, che difficilmente supera i 3 milioni di anni».

 

Stelle così massicce sono molto rare: si possono formare solo negli ammassi stellari più densi. Fino a poco tempo fa gli scienziati non ritenevano possibile l'esistenza di stelle con massa superiore a 150 masse solari. I dati sembrano però confermare l'esistenza di limiti inferiori e superiori: si ritiene che se la massa non è almeno pari a 80 volte quella di Giove si avrà una stella mancata, cioè una nana scura, e difficilmente possono esistere stelle più massicce di R136a1.

 

I meccanismi che portano alla formazione di stelle di questo tipo non sono del tutto chiari: potrebbero formarsi così o essere il risultato dell'unione di stelle più piccole. La breve vita e le fortissime emissioni di energia ne rendono complesso lo studio.

 

Crowther e il suo team formulano una suggestiva ipotesi sulla fine delle stelle supermassive: a differenza di astri più piccoli (con massa tra 8 e 150 volte quella del Sole), che a fine vita esplodono in supernovae, lasciando al loro posto stelle di neutroni o buchi neri, queste potrebbero dare origine a spettacolari supernovae che, esplodendo, disperderebbero nel cosmo enormi quantità di materiale stellare, per lo più ferro, per una massa complessiva superiore alle 10 masse solari.

 

La conferma delle impressionanti caratteristiche di R136a1 è arrivata solo nel 2010, quando il team di Crowther (Università di Sheffield, UK) ha potuto studiare quella regione di spazio utilizzando sia il telescopio spaziale Hubble sia gli strumenti agli infrarossi del Very Large Telescope (Cerro Paranal, Cile).

 

1 gennaio 2017