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Proxima c: un nuovo candidato esopianeta attorno a Proxima Centauri

Nella famiglia della stella più vicina al Sole potrebbe esserci un secondo esopianeta: Proxima c, con massa pari a quasi 6 volte quella della Terra.

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Una rappresentazione artistica del sistema stellare di Proxima Centauri. | Lorenzo Santinelli/Media Inaf

Potrebbe davvero esserci un secondo pianeta attorno a Proxima Centauri, la stella più vicina al Sole, una nana rossa a 4,2 anni luce da noi. Nel 2016, nella sua orbita fu individuato Proxima b, un esopianeta probabilmente roccioso con massa simile alla Terra, situato nella fascia di abitabilità. Ora però gli scienziati dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) sostengono di aver osservato cambiamenti nell'attività della stella compatibili con l'esistenza di un altro pianeta candidato, un possibile Proxima c.

 

Lo studio coordinato da due scienziati italiani, Mario Damasso dell'Istituto nazionale di astrofisica a Torino, e Fabio Del Sordo, dell'Università di Creta e dell'Istituto di astrofisica del Forth, era stato anticipato lo scorso aprile in occasione dell'ultima edizione del meeting internazionale Breakthrough Discuss ed è stato appena pubblicato su Science Advances.

 

Segnali rivelatori. Il possibile pianeta, la cui esistenza andrà confermata con prossime osservazioni, sembrerebbe essere una super Terra, un termine che identifica i pianeti con una massa maggiore di quella terrestre, ma significativamente più piccola di quella di Nettuno. È stato individuato con il metodo delle velocità radiali, che analizza le oscillazioni di segnale nello spettro della stella per capire se queste dipendano dall'attività interna dell'astro o piuttosto da un pianeta che vi orbiti attorno, creando minime perturbazioni del suo moto.

 

Studiando l'equivalente di 17 anni e mezzo di dati raccolti dall'interferometro Atacama Large Millimeter/submillimeter Array (ALMA), nel Deserto dell'Atacama, in Cile, gli scienziati hanno trovato la presenza di un segnale periodico di 5,2 anni, un cambiamento ciclico nella luce di Proxima Centauri compatibile con l'esistenza di un pianeta massa minima di 5,8 la massa della Terra e con un'orbita di 1,5 unità astronomiche di raggio (la distanza media tra Marte e Sole).

 

In attesa di altre prove. «La presenza del segnale periodico appare molto convincente, e i dati a nostra disposizione non sembrano indicare una chiara causa fisica alternativa alla presenza di un pianeta, anche se ancora non possiamo completamente escludere altre spiegazioni», ha spiegato Damasso a Media Inaf. «È infatti molto difficile rivelare un pianeta con una massa minima relativamente piccola e un periodo orbitale così lungo utilizzando soltanto la tecnica basata sulle velocità radiali. Un segnale come quello che abbiamo trovato potrebbe essere dovuto a un ciclo di attività magnetica di Proxima, che può imitare la presenza di un pianeta. Quindi, per confermare la nostra scoperta, sono necessarie altre osservazioni nel corso dei prossimi anni».

 

In particolare, saranno utili le pubblicazioni dei prossimi dati del telescopio Gaia (sono attese per le estati 2020 e 2021), lanciato nel 2013 con l'obiettivo di realizzare una mappa 3D delle stelle della Via Lattea. Il telescopio misura nel dettaglio posizione e moto di 1,8 miliardi di stelle: se attorno a Proxima Centauri c'è un altro pianeta, da quei dati si dovrebbe capire.

 

Domande aperte. Sempre che esista, Proxima c è probabilmente non abitabile: a quella distanza dalla stella è difficile vi sia altro che ghiaccio. Come se non bastasse, i conti sulla sua formazione non tornano. Si pensa che le super Terre si formino attorno alla linea di neve o limite della neve (frost line) quella particolare distanza dalla stella dove la temperatura è sufficientemente bassa da consentire ai composti contenenti idrogeno (come l'acqua, ma non solo) di raggiungere lo stato solido.

 

Ma Proxima c si trova ben oltre questo limite: «La posizione dell'orbita di Proxima c non è facilmente spiegabile con i modelli di formazione ed evoluzione planetaria attualmente disponibili - aggiunge Del Sordo - e quindi si aprono molte domande su come possa essersi formato poco più di 5 miliardi di anni fa».

 

16 gennaio 2020 | Elisabetta Intini