L'origine extrasolare della Nube di Oort

La Nube di Oort è un'ipotetico inviluppo sferoidale, costituito da una miriade di piccoli corpi planetari ghiacciati, e situato tra 20.000 e 100.000 Unità...

La Nube di Oort è un'ipotetico inviluppo sferoidale, costituito da una miriade di piccoli corpi planetari ghiacciati, e situato tra 20.000 e 100.000 Unità Astronomiche (UA) dal Sole, cioè sino a oltre 3.000 volte la distanza che separa Nettuno dalla nostra stella. Gli oggetti appartenenti a questa nube non sono mai stati osservati perché troppo lontani e deboli perfino per i più moderni telescopi, ma si ritiene che sia il luogo da cui provengono le comete di lungo periodo (come la Hale-Bopp e la Hyakutake, apparse poco meno di 15 anni fa, e la più recente McNaught), che attraversano la parte interna del Sistema Solare. Le comete dette di corto periodo (tra le quali la Halley è la più famosa) proverrebbero invece dalla più vicina Fascia di Kuiper.


Diagramma schematico della Nube di Oort.

Sino a non molto tempo fa, si pensava comunemente che la Nube di Oort si fosse formata insieme al disco proto-planetario che circondava il Sole dopo la sua nascita. Tuttavia, i modelli più sofisticati e dettagliati sulla formazione del nostro sistema planetario mostrano che questo enorme inviluppo dovrebbe essere ben diverso da quella che si presume avrebbe circondato il Sole, nel caso in cui la nostra stella si fosse formata in un contesto isolato. Serve allora un’altra fonte per spiegare il gran numero di corpi ghiacciati che formano questa gigantesca struttura di corpi ghiacciati. Adesso, questo problema sembra essere stato risolto da uno studio condotto da un gruppo internazionale di astronomi, i quali hanno utilizzato una complessa serie di simulazioni al computer per mostrare che il Sole potrebbe avere catturato un gran numero di piccoli corpi ghiacciati dalle stelle a cui questi appartenevano quando ancora faceva parte di un ammasso di stelle neonate, creandosi così un proprio enorme inviluppo di nuclei cometari, che sono poi quelli che di tanto in tanto arrivano nelle regioni più interne del Sistema Solare, dando origine all’affascinante fenomeno “cometa”. Se confermata, questa ipotesi suggerirebbe che il Sole non si è formato da solo, ma, come in genere avviene, insieme a un gran numero di altre stelle. Sebbene il Sole non abbia attualmente alcuna stella compagna, si ritiene che il nostro astro si sia formato contestualmente a centinaia di altre stelle strettamente addensate all'interno di una nube di gas. Durante questo periodo, ciascuna stella aggregò attorno a sé un gran numero di piccoli oggetti planetari (“planetesimi”), in un disco da cui successivamente si formarono i pianeti. La maggior parte di questi oggetti subì delle intense perturbazioni gravitazionali dovute alla presenza nella stessa regione di pianeti giganti in formazione, e molti di questi piccoli corpi ghiacciati furono espulsi dalle zone più prossime alla stella neonata verso la periferia del sistema planetario in formazione. L'ammasso di stelle formatesi insieme al Sole, tuttavia, andò incontro a una fine violenta quando il gas residuato dalla formazione planetaria fu soffiato via dalle stelle giovani più massicce e a temperature più elevate. Questo nuovo modello mostra che successivamente il Sole avrebbe catturato gravitazionalmente una vasta nube di comete man mano che il giovane ammasso stellare si disperdeva. Dai i risultati delle simulazioni, il processo di cattura appare essere sorprendentemente efficiente e porta all'eccitante possibilità che la Nube di Oort contenga un miscuglio di campioni di materiali provenienti da un gran numero di stelle strette parenti del Sole. Considerando che le dimensioni del disco protoplanetario che circondava il giovanissimo Sole erano senz’altro molto più piccole di quelle dell’attuale Nube di Oort, si può concludere che più del 90% delle comete provenienti dalla nube potrebbe avere un'origine extrasolare. La formazione della nube di Oort è stato un mistero per oltre 60 anni e il lavoro di questo gruppo di ricercatori adesso sembra risolvere questo difficile problema.
16 Giugno 2010 | Mario Di Martino

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