Le aurore boreali degli Assiri

Nelle tavolette cuneiformi compilate dagli astronomi nel settimo secolo a.C. sono state trovate le più antiche testimonianze di bagliori celesti associati a un'estrema attività solare. Le descrizioni coincidono con le tracce isotopiche lasciate negli anelli degli alberi.

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Una rara manifestazione dell'aurora boreale sopra al Mono Lake, in California: nei periodi di intensa attività solare, questo fenomeno è visibile anche lontano dalle latitudini polari. | Shutterstock

Lo spettacolo delle aurore boreali non doveva lasciare indifferenti gli astronomi che un tempo scrutavano la volta celeste a caccia di presagi, recati da meteore, comete, moti planetari e altri fenomeni un tempo poco spiegabili. Oggi queste attente compilazioni sono una miniera di informazioni sugli eventi cosmici del passato: un gruppo di ricercatori giapponesi ha rintracciato, nelle tavolette cuneiformi di astronomi assiri e babilonesi, le più antiche testimonianze documentali di tre possibili aurore boreali, avvenute in rapida successione all'incirca 2.700 anni fa. La ricerca è stata pubblicata sull'Astrophysical Journal Letters.

 

Inseguitori di aurore. Gli scienziati delle Università di Osaka e Tsukuba, in Giappone, sono andati a caccia di riferimenti ad aurore boreali nei rapporti delle osservazioni astronomiche redatti tra l'ottavo e il settimo secolo a.C., per capire se vi fosse corrispondenza tra le descrizioni scritte di questi fenomeni e le tracce isotopiche di eventi geomagnetici conservate in natura (per esempio negli anelli degli alberi).

 

Tre tavolette redatte tra il 680 e il 650 a.C. contenevano alcuni possibili cenni ad aurore, come "nube rossa" o "il rosso che copre il cielo". Per i ricercatori, queste espressioni potrebbero riferirsi ad archi aurorali stabili di colore rosso, bande luminose formate per l'eccitazione degli elettroni negli atomi di ossigeno atmosferico dovuta alla perturbazione del campo magnetico terrestre.

 

Corrispondenze. Le osservazioni riportate sulle tavole esaminate avvennero nei cieli di Babilonia e della città assira di Ninive: di queste vicende si trova riscontro anche nella Bibbia. Secondo gli scienziati, le datazioni degli eventi descritti corrispondono a rapidi picchi nella concentrazione di isotopi di carbonio-14 individuati negli alberi, per il periodo attorno al 660 a.C.: queste alterazioni sono di norma associate a un'aumentata attività solare.

 

Lontane dai ghiacci. Quelli indicati nello studio sono i più antichi riferimenti scritti a fenomeni aurorali mai ritrovati, più vecchi di un secolo rispetto a quelli noti finora. Anche se siamo soliti attribuire le aurore boreali alle latitudini polari, nei periodi di intensa attività solare questi fenomeni possono registrarsi anche più a sud, lontano dai poli. Inoltre, a causa delle alterazioni nel campo geomagnetico, all'epoca il Medio Oriente si trovava più vicino al nord magnetico di quanto non sia oggi.

 

22 ottobre 2019 | Elisabetta Intini