Scienza

E-ELT: il telescopio più grande del mondo

Tra dieci anni un nuovo telescopio potrebbe dirci com'è fatto l'universo e se "da qualche parte là fuori" c'è vita. Nonostante il costo, è il migliore investimento scientifico che possiamo fare.

Per esplorare l'universo

Il più ambizioso progetto per l'osservazione dei cieli è l'E-ELT (European-Extremely large telescope), un nuovo telescopio da costruire sulle montagne del Cile, a 3.000 metri di quota: un gigante con uno specchio-mosaico composto da un migliaio di specchi per una superficie di quasi 40 metri di diametro.

Costerà circa dieci anni e un milardo di euro, soldi che saranno ripartiti tra alcuni dei Paesi membri dell'osservatorio australe europeo (Eso, European organisation for astronomical research in the southern hemisphere) tra i quali l'Italia, che ha formalizzato l'adesione al progetto.

Vale la pena impegnare tanto tempo e denaro per uno strumento di osservazione sulla Terra? Quali vantaggi avrà sui telescopi spaziali?

«L'enorme superficie riflettente permetterà di ottenere immagini 16 volte più nitide di quelle del telescopio spaziale Hubble», risponde Mario Di Martino, astronomo dell'Osservatorio astrofisico di Torino e autore per Focus.it del blog Una finestra sull'Universo. «Quanto ai costi, il James Webb space telescope, che stando ai programmi dovrebbe essere lanciato nel 2018 per sostituire Hubble, finora è costato quasi 9 miliardi di dollari.» Oltre alla costruzione bisogna considerare poi anche i costi di gestione, di gran lunga superiori per un telescopio spaziale che per uno a terra, e la vita utile di questi strumenti: i vent'anni dell'Hubble sono un record, il James Webb potrebbe fare altrettanto, ma il telescopio Hale, dell'osservatorio di Monte Palomar (California) è stato inaugurato nel 1948 ed ha ancora un ruolo importante nell'osservazione astronomica.

Ma l'osservazione da Terra non è compromessa dall'atmosfera? «Non più», commenta Marco Bersanelli, professore di astronomia e astrofisica al dipartimento di fisica dell'Università degli Studi di Milano (http://cosmo.fisica.unimi.it/) e instrument scientist nella missione spaziale Planck dell'ESA per lo studio delle origini dell'Universo: «Oggi siamo in grado di intervenire in tempo reale su di un apposito componente per compensare quasi del tutto i disturbi dovuti all'atmosfera. Grazie all'ottica adattiva l'osservazione da terra è diventata competitiva rispetto a quella dallo spazio: non è come lavorare in assenza di atmosfera, ma ci si avvicina». La dimensione dello strumento fa poi la differenza: 2,6 metri per Hubble, 6 metri per il James Webb, 40 metri per l'E-Elt.

«Impossibile costruire uno strumento del genere nello Spazio: non solo sarà il più grande telescopio del mondo, ma è anche il meglio che la tecnologia possa darci nei prossimi cinquant'anni, se non di più», aggiunge Giovanni Bignami, presidente dell'Istituto nazionale di astrofisica (Inaf), autore di diversi libri di divulgazione, tra i quali I marziani siamo noi (Focus 236) e Cosa resta da scoprire (Mondadori 2011). «La tecnologia dell'E-Elt permetterà di indagare più a fondo di quanto possiamo oggi nella composizione dell'universo», del quale "conosciamo" appena il 4%. Tutto il resto ci limitiamo a definirlo "oscuro", energia oscura, materia oscura, per dire che non ne sappiamo nulla.

«Il nuovo telescopio avrà però anche un altro scopo, altrettanto straordinario», prosegue Bignami: «Ci permetterà di analizzare lo spettro dell'atmosfera dei pianeti extra solari: sono un migliaio quelli scoperti finora, e l'E-Elt ci dirà se su qualcuno di questi c'è vita.»

E c'è infine un corollario che il presidente dell'Inaf aggiunge, sottolineando anche il ruolo dell'Istituto nella decisione dell'Italia di aderire a un «progetto importante per la scienza e per l'industria italiane, che in questo campo possono vantare eccellenze riconosciute in tutto il mondo».

14 giugno 2012 Raymond Zreick
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