Spazio

Gli "occhiali" del telescopio Gemini South per osservare gli esopianeti

La vista dei cacciatori di nuove Terre si fa più fine: i primi risultati del Gemini Planet Imager (GPI), uno strumento ottico che permette di fotografare direttamente gli esopianeti con un dettaglio mai raggiunto prima d'ora.

Negli ultimi 20 anni sono stati catalogati e indirettamente scrutati 1700 pianeti extrasolari, alcuni dei quali sorprendentemente affini al nostro. Ma la caccia celeste a nuovi sosia della Terra può contare ora su uno strumento in più: il Gemini Planet Observer (GPI), uno strumento ottico ad alto contrasto installato sul telescopio Gemini South, in Cile, con lo scopo di permettere l'osservazione diretta degli esopianeti.

Tracce evasive
Individuare un pianeta extrasolare è un po' come provare a stanare una rarissima specie di animale selvatico nella giungla: ci si basa più che altro su una serie di prove indirette della sua esistenza come, per esempio, i periodici cambiamenti di luminosità della sua stella madre, quando il corpo celeste vi transita davanti, o le disomogeneità nei dischi di polvere delle giovani stelle, che possono indicare la formazione, in quel punto, di un nuovo pianeta.

Salto di qualità
Ma quello che il GPI permette di fare, come spiegano su PNAS i ricercatori dell'Università di Stanford, è fotografare direttamente la luce degli esopianeti, distinguendola da quella delle loro stelle di riferimento, con una sensibilità mai raggiunta finora dagli altri telescopi. Le foto che prima di GPI richiedevano un'ora di esposizione e un contrasto molto alto tra la luce della stella e quella del pianeta, ora si catturano in un minuto, con un contrasto di tre ordini di magnitudine più basso (l'esopianeta può essere fino a 1000 volte meno luminoso rispetto al passato, e la foto riuscirà comunque).

L'equipaggiamento
La vista sopraffina si deve a un sistema di specchi deformabili in grado di contrastare la distorsione atmosferica, a strumenti che controllano la diffrazione bloccando la luce proveniente dalla stella madre, a uno spettrografo a infrarossi e ad altri avanzatissimi sistemi che hanno permesso al team di Stanford, poco dopo la sua installazione, di ottenere la prima immagine diretta, con un tempo di esposizione di soli 60 secondi, di un pianeta gigante simile a Giove, Beta Pictoris b, in orbita intorno alla stella Beta Pictoris.

Promesse
Anche se al momento non può vedere direttamente pianeti delle dimensioni della Terra, GPI potrebbe consentire di fotografare direttamente i transiti degli esopianeti davanti alle loro stelle, e di raccogliere dati sulla loro densità, massa e orbita; e forse potrebbe addirittura permettere di vedere le esolune, difficilissime da scovare. Insomma i giochi sono appena cominciati.

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29 maggio 2014 Elisabetta Intini
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