Spazio

E se un astronauta si sentisse male sulla ISS?

Lo scenario di un'emergenza medica in microgravità è improbabile, ma possibile. Quali soluzioni si prospetterebbero per gli astronauti coinvolti, e per la Nasa?

Gli astronauti in missione sulla ISS godono per definizione di perfetta salute. Non possono soffrire di patologie croniche e prima della partenza affrontano una rigida quarantena per evitare di contrarre infezioni. Ma per quanto allenati, sono pur sempre umani: che cosa accadrebbe se si verificasse un'emergenza medica sulla nostra base orbitante?

Il sito di Popular Science ha rivolto la domanda a Dorit Donoviel, la scienziata a capo del National Space Biomedical Research Institute (NSBRI), che studia per la Nasa i rischi legati alla salute in gravità zero.

Imprevisti e probabilità. «Tutto quello che ci può accadere sulla Terra può verificarsi anche nello Spazio» dice la ricercatrice. «Puoi avere un calcolo renale, un mal di testa che non si risolve, una pressione troppo elevata nel cervello, un infarto. La Nasa deve preoccuparsi di tutte le possibili ripercussioni di un problema medico non risolto».

Rientro anticipato. Per l'astronauta coinvolto, e per l'agenzia spaziale USA, sarebbe una situazione a dir poco spinosa. La carenza di personale e attrezzature mediche specializzate e le condizioni microgravitarie renderebbero l'ipotesi di un intervento chirurgico in microgravità uno scenario da scartare.

L'unica soluzione sarebbe organizzare un rientro di emergenza: un volo extra della Soyuz che costerebbe centinaia di milioni di dollari e rivoluzionerebbe i calendari delle attività in orbita. La Soyuz richiede un equipaggio di almeno tre persone: metà degli astronauti di turno sulla ISS dovrebbe rientrare prima del tempo.

Ancora più lontani. E dire che la ISS si trova teoricamente a poche ore di distanza dal primo ospedale terrestre. In una missione di lunga durata, come quelle su Marte, la possibilità di rientrare sarebbe ancora più lontana. Diverse istituzioni e università stanno quindi lavorando a soluzioni alternative.

Ecografia a zero G. Studenti e ricercatori dell'Università di Stanford hanno ideato un ecografo portatile ad ultrasuoni in grado di mostrare immagini in diretta del cuore in microgravità, nell'ambito del programma della Nasa Microgravity University. Il macchinario sta affrontando una serie di test in volo parabolico.

Il volo parabolico per testare l'ecografo da utilizzare a zero G. © NASA/ Microgravity University

Come ti scaccio le coliche. Un'azienda che collabora con il NSBRI, la Sonomotion, ha invece ideato un dispositivo medico capace di diagnosticare e spostare, in modo non invasivo con l'aiuto di ultrasuoni, eventuali calcoli renali, in modo da alleviare il dolore e rendere l'emergenza differibile. La stessa tecnologia potrebbe servire in futuro a rompere i calcoli in frammenti più piccoli, intervenendo anche in condizioni microgravitarie.

Un rendering artistico del Nautilus-X, un modulo (mai andato oltre la fase di concept) per ricreare gravità artificialmente sulla ISS. © NASA

Simulatore di gravità. E se in passato sono state avanzate proposte, puramente concettuali e ancora poco realistiche, di ampliare la stazione spaziale con moduli in grado di ricreare le condizioni gravitarie, roteando e creando forza centripeta (come nel caso del concept del Nautilus-X, che vedete qui sopra), la verità è che la chirurgia microgravitaria sarebbe teoricamente possibile, ma la Nasa non ha fondi da investire in questo campo.

Guardando al futuro. Occorrerebbe ricreare un ambiente sterile; prevenire la dispersione di fluidi corporei in microscopiche gocce itineranti, e far partire astronauti con competenze chirurgiche (e non solo mediche). Fortunatamente finora, la necessità di una simile impresa non si è mai presentata. Ma se aspiriamo davvero a raggiungere il Pianeta Rosso, bisognerà provvedere anche a questo.

24 aprile 2015 Elisabetta Intini
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