Tutti i rischi degli astronauti, organo per organo

Galleggiare nel vuoto esposti al bombardamento di raggi e particelle: il mestiere dell'astronauta è un concentrato di rischi. Ecco che cosa succede al nostro corpo quando si trova nel cosmo.

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Appena arrivati nello spazio, corpo e cervello hanno bisogno di adattarsi alle nuove condizioni ambientali. In questa fase, che solitamente dura qualche giorno, gli astronauti possono andare incontro a problemi di equilibrio e coordinazione che possono compromettere il loro lavoro. Le stesse sensazioni spesso si manifestano anche al rientro sulla Terra, in condizioni di normale gravità.

Tra i sintomi più spiacevoli c'è la nausea spaziale, una sorta di mal di mare cosmico, che può colpire gli astronauti a volte in modo grave. Questo malessere viene scherzosamente classificato dai cosmonauti in base alla scala Garn, dal nome di Jake Garn, che in un volo sullo Shuttle, nel 1985, patì il più violento attaco di nausea della storia dell’esplorazione dello spazio.

Nella foto: un astronauta durante un controllo medico di routine per la misura di pressione, battito cardiaco e saturazione.

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Vivere in un ambiente estremo come quello spaziale per lunghi periodi di tempo crea non pochi problemi al nostro organismo, adattato dall'evoluzione a condizioni ben più confortevoli. Anche se negli ultimi anni la medicina spaziale si è evoluta e oggi è in grado di garantire agli astronauti condizioni di relativa sicurezza, la permanenza tra le stelle non è affatto indolore. Ecco nel dettaglio cosa succede al corpo umano quando non è più sul suo pianeta. A differenza di quanto si potrebbe pensare, vivere per lunghi periodi di tempo in assenza di gravità non fa bene al nostro apparato scheletrico: le ossa si assottigliano e si indeboliscono, le probabilità di fratture una volta tornati a Terra aumentano ed è più facile avere problemi di calcoli renali. Gli studi della NASA evidenziano come la perdita di massa ossea (che prosegue anche dopo il ritentro a Terra) dopo un mese di permanenza nello spazio sia dell'1-1,5% del totale, la stessa che subisce in un anno una donna in menopausa.

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A provocare il generale indebolimento dell’apparato scheletrico degli astronauti è l’assenza di gravità: sulla Terra i nostri muscoli, anche se non ce ne accorgiamo, effettuano continue contrazioni per farci mantenere la posizione eretta e contrastare così la forza di gravità. Questi movimenti, insieme a quelli volontari che compiamo durante la giornata, favoriscono il costante deposito di calcio e fosforo nelle ossa e la normale sostituzione della materia ossea vecchia con quella nuova.

Nello spazio questi movimenti sono del tutto assenti: non essendo necessario contrastare la forza di gravità il nostro corpo entra in modalità “riposo”, ma così facendo il calcio, anziché depositarsi sulle ossa, viene eliminato dall’apparato urinario. E così, mentre lo scheletro si assottiglia, aumentano le probabilità di sviluppare calcoli renali.

Per contrastare questi problemi gli astronauti affrontano quotidiane sedute di allenamento con macchine speciali, come questa ciyclette che simula la forza di gravità.
 


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La forzata inattività nel cosmo, dove si galleggia nel vuoto e ci si sposta senza fatica appoggiandosi a oggetti e superfici, è poco sana anche per i muscoli, che essendo poco utilizzati tendono ad atrofizzarsi e ridursi di volume, anche del 40% durante le missioni di maggior durata.

A soffrire maggiormente sono gli arti inferiori, solitamente molto sollecitati perché sostengono l’intero peso del corpo. L’indebolimento muscolare influisce anche sul coordinamento motorio, con il risultato che a volte, dopo lunghi periodi passati nello spazio, anche il portare a termine operazioni banali può per gli astronauti diventare un problema.

Ancora una volta, per contrastare questi spiacevoli effetti e mantenersi efficienti, gli astronauti seguono, durante le missioni, uno speciale e intenso programma di allenamento.

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Nello spazio non esistono malesseri di poco conto: anche un banale attacco di nausea, in assenza di gravità, può trasformarsi in un rischio mortale e soffocare gli astronauti. Ecco perché, prima di ogni "passeggiata", per precauzione gli astronauti assumono una dose di antiemetici.
 


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Nello spazio la vista può diventare meno acuta: il 30% degli astronauti, anche dopo missioni di breve durata, ha riferito di un calo della capacità visiva.

Le cause di questo fenomeno non sono ancora del tutto chiare, ma secondo i medici potrebbero essere scatenate, ancora una volta, dall’assenza di gravità che fa concentrare i fluidi corporei negli arti inferiori e nella testa. Qui premerebbero in maniera eccessiva sul nervo ottico causando una sindrome nota come papilledema, che nei casi più gravi può portare alla cecità.

Nella foto, l'astronauta italiano Luca Parmitano durante un esame della vista a bordo della ISS.
 


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Nel cosmo, l’assenza di gravità fa sì che il sangue si distribuisca nel corpo in modo diverso da quanto succede sulla Terra, concentrandosi principalmente nella parte alta dell’organismo, tra testa e polmoni.

Questo fenomeno non è di per sé un problema fino a quando chi ne è colpito torna in condizioni di gravità strandard: durante il rientro sulla Terra, l’aumento di gravità fa defluire rapidamente il sangue dal cervello verso gli arti inferiori e questo può portare a una perdita, breve e temporanea, delle funzioni cerebrali.
 


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L’accumulo di liquidi nella parte alta del corpo può provocare, una volta giunti nello spazio, altri fastidiosi malesseri come una forte congestione nasale e una generica difficoltà respiratoria. Questi sintomi solitamente si risolvono nel giro di qualche giorno grazie al naturale processo di adattamento.

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La Stazione Spaziale, per quanto lontana dalla Terra, non è comunque immune a virus e batteri portati dagli astronauti e perfettamente in grado di sopravvivere nel microclima di bordo. Non si tratta ovviamente di microbi pericolosi, ma pur sempre in grado di dare problemi, come congiuntiviti e infezioni dentali. Malanni banali sulla Terra ma un po’ meno nello spazio, dove gli antibiotici si sono dimostrati meno efficaci e devono essere assunti in dosi maggiori.
 


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Tra i rischi maggiori che gli astronauti si trovano ad affrontare c’è sicuramente quello radioattivo: i brillamenti solari emettono infatti grandi quantità di particelle elettricamente cariche che possono investire gli astronauti e i loro veicoli.

La NASA ha stimato che per contenere sotto il 3% il rischio dei cosmonauti di contrarre tumori innescati dalle radiazioni, occorre limitare rispettivamente a 268 e 159 giorni la permanenza nello spazio di uomini e donne.

Uno studio presentato qualche mese fa al meeting annuale della American Association for Cancer Research dagli scienziati del Georgetown Lombardi Comprehensive Cancer Center ha evidenziato come nei topi l’esposizione alle radiazioni spaziali diminuisca sensibilmente la capacità dell’intestino di eliminare le proteine oncogeniche, quelle cioè responsabili dello sviluppo di tumori.

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Vivere per lungo tempo in spazi angusti e a stretto contatto con i colleghi, con poca privacy e lontano dalle famiglie, per gli astronauti può essere un'esperienza stressante.

Durante le missioni i ritmi di lavoro sono molto intensi e non mancano clamorosi momenti di protesta da parte degli astronauti: nel 1973 l'equipaggio della stazione spaziale americana Skylab decise autonomente di prendersi una giornata libera per riposarsi dopo i massacranti turni di lavoro imposti nei giorni precedenti dalla direzione di volo. Fu il primo, e per ora unico, caso di sciopero spaziale.

Appena arrivati nello spazio, corpo e cervello hanno bisogno di adattarsi alle nuove condizioni ambientali. In questa fase, che solitamente dura qualche giorno, gli astronauti possono andare incontro a problemi di equilibrio e coordinazione che possono compromettere il loro lavoro. Le stesse sensazioni spesso si manifestano anche al rientro sulla Terra, in condizioni di normale gravità.

Tra i sintomi più spiacevoli c'è la nausea spaziale, una sorta di mal di mare cosmico, che può colpire gli astronauti a volte in modo grave. Questo malessere viene scherzosamente classificato dai cosmonauti in base alla scala Garn, dal nome di Jake Garn, che in un volo sullo Shuttle, nel 1985, patì il più violento attaco di nausea della storia dell’esplorazione dello spazio.

Nella foto: un astronauta durante un controllo medico di routine per la misura di pressione, battito cardiaco e saturazione.