Contaminazione di altri pianeti: è davvero possibile evitarla?

Per quanta attenzione si possa prestare, esplorare il Sistema Solare comporta comunque un rischio di "esportazione" di microbi. E le regole vigenti sembrano troppo restrittive.

shutterstock_547783723
La colonizzazione umana di un altro pianeta, forse Marte, in un'illustrazione artistica.|Shutterstock

Il 15 settembre, dopo una serie di orbite sempre più ravvicinate, la sonda Cassini porrà fine alla sua ventennale missione spaziale tuffandosi nell'atmosfera di Saturno. Oltre alla raccolta di informazioni altrimenti impossibili da avere, forse vi sorprenderà sapere che questo "suicidio programmato" risponde ai protocolli di protezione planetaria, che vogliono ridurre al minimo il rischio di depositare microbi terrestri su mondi alieni dove potrebbero esserci condizioni adatte alla vita (primo tra tutti, il satellite di Saturno, Encelado).

 

La stessa sorte attende la sonda di Giove, Juno, nel febbraio 2018, ed è toccata ad altri celebri esploratori robotici della Nasa come Galileo, che nel 2003 bruciò nell'atmosfera di Giove (anche) per preservare la sua luna Europa.

 

la giusta prudenza. Questa cautela ha senso almeno per due ragioni. Quella più pratica è che non vogliamo che un giorno, quando troveremo tracce di vita "extraterrestre" su un satellite o un pianeta, si scopra che invece ce l'abbiamo portata noi. La seconda è di natura etica: che diritto abbiamo di contaminare con microbi terrestri gli ecosistemi alieni?

 

Utopia. Tuttavia, quella di riuscire a inviare su altri pianeti sonde completamente sterili è una pura illusione. Che si usino calore, radiazioni o plasma per sterilizzare le componenti dei veicoli spaziali, alcune resistenti forme batteriche vi rimangono comunque attaccate, sopportando poi il vuoto, il freddo e tutte le altre difficoltà di un viaggio nello Spazio.

 

Duri a morire. Tutto questo perché gli studi sulla ISS dimostrano che alcuni batteri terrestri che formano spore possono sopravvivere all'esterno delle sonde per il tempo necessario ad arrivare su Marte. Una volta lì, le cose si complicherebbero ulteriormente.

 

Le regole del COSPAR, il comitato per la ricerca spaziale che stabilisce i paletti della contaminazione, dicono che un lander non deve portare, su Marte, più di 300 mila spore batteriche (cioè forme cellulari di origine batterica capaci di sopravvivere in condizioni avverse). Per le aree più delicate del Pianeta Rosso, quelle più favorevoli alla vita, il numero scende a 30. Al di là delle difficoltà nel contarle, il limite appare irrealistico, per un futuro in cui l'uomo metterà piede su Marte.

 

Circostanze inevitabili. Se riusciremo ad arrivare là sopra, vi porteremo i miliardi di batteri che colonizzano la nostra pelle; vi depositeremo, per forza di cose, urina e feci; cercheremo di innestarvi coltivazioni agricole e vi lasceremo, anche se con tutte le cautele del caso, rifiuti solidi (riportarli sulla Terra sarebbe impossibile, dal punto di vista logistico). Forse, lassù qualcuno morirà.

 

Il COSPAR riconosce che in caso di missione umana su Marte dovremo infrangere le regole, e per ora si limita a richiedere il non accesso alle "zone speciali" del Pianeta Rosso. Ma se vogliamo dare una svolta all'esplorazione extraterrestre, bisognerà correre il rischio. Anche perché Marte e la Terra sono sufficientemente vicini da contaminarsi a vicenda anche "da soli", per esempio attraverso le meteoriti.

 

 

 

02 Luglio 2017 | Elisabetta Intini