Spazio

Cinquanta anni fa la tragedia di Apollo 1

27 gennaio 1967: muoiono tre astronauti per un incendio a bordo della navicella nel corso di un lancio simulato.

Era il 27 gennaio 1967, venerdì pomeriggio: tre astronauti, Virgil Grissom, Edward White e Roger Chaffee, erano nelle cuccette dell'Apollo 1, una navicella sulla sommità di un Saturno 1-B, a oltre 68 metri d'altezza. Non erano in partenza e il razzo non era rifornito di combustibile: era una prova generale della fase finale del conteggio alla rovescia per il lancio, per verificare tutte le procedure che devono essere attivate in quel lasso di tempo. Nessuno considerava "rischiosa" l'esercitazione, non c'era tensione né tra l'equipaggio né tra gli operatori della sala di controllo. Non c'erano neppure le squadre di emergenza, vigili del fuoco e medici compresi.

L'equipaggio ufficiale dell'Apollo/Saturn 204 (AS-204), missione poi rinominata Apollo 1: (da sinistra) Virgil "Gus" Grissom, Edward White e Roger Chaffee.

Primi problemi. Gli astronauti erano saliti fino alla navicella all'una del pomeriggio, con un paio d'ore di ritardo a causa di alcune difficoltà del centro di controllo. Subito dopo essersi sistemati nel piccolissimo abitacolo, Grissom segnalò uno strano odore proveniente forse dall'impianto dell'ossigeno. Ma non si riscontrò nulla di particolare.

Nei minuti successivi si verificarono diverse irregolarità nelle comunicazioni, disturbate da scariche e cattivi collegamenti. Grissom si mostrò irritato: «Come potete pensare di mandare un uomo sulla Luna se non riuscite neppure a parlarci da Terra?», apostrofò durante uno scambio con i controllori. Poco più di quattro ore dopo, alle 17:40, un ulteriore problema tecnico determinò una nuova interruzione del conto alla rovescia. Il test principale venne a quel punto definitivamente sospeso, ma gli astronauti rimasero a bordo della navicella per altri test.

Illustrazione: l'interno delle navicelle Apollo con l'intero equipaggio.

La catastrofe. Alle 18:30 la temperatura in cabina era normale. Poi, di colpo, alle 18:31 Grissom urlò alla radio qualcosa che, attraverso una serie di scariche elettriche, venne interpretato come «fuoco!». In seguito qualcuno sostenne di averlo sentito dire, poco prima, «sento odore di bruciato».

Neanche un secondo dopo, l'allarme viene confermato: «c'è un incendio in cabina!». Poi un susseguirsi concitato di frasi confuse che si sovrappongono, tra il centro di controllo e l'abitacolo della navicella: ... sono alle prese con un brutto incendio ... fateli uscire ... aprite ...

Da bordo si sente gridare «c'è un incendio qui ... fateci uscire ... stiamo bruciando». Grida di dolore, poi silenzio. Tutto questo accade in 16-17 secondi: erano ancora le 18:31 quando la pressione in cabina aumenta improvvisamente e la navicella si spezza.

L'interno della navicella dopo l'incendio.

5 minuti: tanto ci volle ai tecnici della rampa per farsi largo tra fiamme e fumo e aprire il boccaporto, ma era troppo tardi. La squadra trovò solo cadaveri. White, ancora nella cuccetta, aveva le braccia sopra la testa, nel tentativo di aprire il boccaporto - che però, con la cabina pressurizzata, poteva essere aperto solamente dall'esterno.

Grissom probabilmente aveva tentato anche lui quella manovra inutile, mentre Cheffee giaceva sprofondato nella sua cuccetta.

Corto circuito. Nelle settimane succesive la commissione d'inchiesta scoprì che l'incendio si era sviluppato vicino alla cuccetta di Grissom, probabilmente causato da un cavo elettrico difettoso che aveva fatto corto circuito. Sotto la sua cuccetta passava un fascio di cavi che venivano irregolarmente sollecitati dall'apertura e dalla chiusura del portello, e gli sfregamenti avevano danneggiato l'isolamento, cosa che ha poi innescato le scintille. Non appena innescato, il fuoco si diffuse all'interno della navicella: una rete di nylon che serviva per inserire e bloccare oggetti vari prese fuoco in un attimo seminando tutto attorno brandelli incandescenti che innescarono un gran numero di focolai.

Si riparte. L'inchiesta servì almeno a capire che erano stati commessi numerosi errori, per leggerezza, eccessive (e false) sicurezze, desiderio di bruciare le tappe di quella Corsa allo Spazio, in piena Guerra Fredda.

Vennero poi rivisti tutti i parametri di sicurezza, anche nello svolgimento dei test; si mise mano ai materiali, sostituendo tutto ciò che poteva bruciare; il portellone fu dotato di un meccanismo di apertura di emergenza. Da quel momento il personale di sicurezza venne sempre allertato anche per le simulazioni. Tutto questo alzò decisamente i margini di sicurezza, e tuttavia non bastò a evitare i disastri del Challenger (1986) e del Columbia (2003).

26 gennaio 2017 Luigi Bignami
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