Spazio

Dune, canyon e colline: i paesaggi di Titano

L'ultimo sorvolo della sonda Cassini ha rivelato paesaggi inaspettati, tutti da studiare: aiuteranno a ricostruire la storia della grande luna di Saturno.

Lo scorso 25 luglio la sonda Cassini (Esa/Nasa) ha sorvolato per la 121esima e ultima volta la luna di Saturno, Titano, a soli 976 chilometri di quota. Grazie al radar di bordo si è riusciti a penetrare la densa foschia che circonda il satellite e così è stato possibile ricostruire tratti della superficie finora sconosciuti e impossibili da osservare con qualunque telescopio.

la missione di cassini attorno a titano, satellite di saturno
Le aree chiare sono le dune da poco scoperte su Titano, presenti quasi lungo l'intero equatore. © ESA/NASA

I dati raccolti hanno permesso di ricostruire un paesaggio inaspettato: una lunga catena di dune che circonda la maggior parte dell’area equatoriale del satellite (vedi immagine a fianco).

Le dune sembrano essere composte dai granuli di idrocarburi che caratterizzano gran parte della superficie di Titano.

La scoperta ha una notevole importanza, come spiega Jani Radebaugh, del gruppo di ricerca di Cassini della Brigham Young University di Provo (Utah): «Analizzando l’andamento delle dune è possibile risalire alla direzione dei venti e dunque al clima della regione, e la loro composizione permette di ricostruire la storia geologica dell’area in cui si trovano. Le dune, inoltre, poiché si sono formate da ostacoli che bloccano i granelli mossi dal vento, permetteranno di dedurre ciò che sta al di sotto e che non si vede a occhio nudo».

Un satellite geologicamente ancora vivo, come mostra questa immagine con una morfologia particolarmente mossa. © ESA/NASA

Crosta ghiacciata. Cassini ha poi analizzato un’altra area che sembrava simile a una regione del satellite nota come Xanadu. Le due regioni appaiono costellate da macchie isolate che, stando ai ricercatori, potrebbero corrispondere ai terreni più antichi di Titano, composti da crosta ghiacciata, che in tempi successivi sono stati ricoperti da idrocarburi (foto qui sopra).

Queste nuove scoperte arrivano poco dopo la scoperta di profondi canyon che tagliano la superficie del pianeta, pieni di idrocarburi liquidi che certamente li stanno ancor oggi modellando e scavando. Già sapevamo che su Titano, vi sono laghi riempiti di materiali liquidi, ma è la prima volta che si ha la certezza che esistono anche corsi, probabilmente torrentizi, al di fuori dei grandi invasi lacustri.

Laghi e fiumi dove scorre metano erano noti già da tempo © ESA/NASA
L'area ricca di canyon, da poco scoperti su Titano. © ESA/NASA

I canyon. La scoperta è stata pubblicata su Geophysical Reserach Letters ed è il risultato dell’analisi dei dati raccolti da Cassini durante un sorvolo ravvicinato di Titano, nel 2013, ed elaborati di recente, ottenuti attraverso l’invio di segnali radio che sono stati riflessi dalla superficie in prossimità del grande Ligeia Mare.

Le osservazioni di Cassini hanno messo in luce una fitta rete di canali (foto piccola, qui sopra), chiamati complessivamente Vid Flumina, che hanno larghezze non superiori al mezzo chilometro ma con pareti inclinate anche di 40 gradi che si inabissano per 250-600 metri.

Come sulla Terra. I ricercatori hanno potuto affermare che i canyon contengono liquidi studiandone il fondo, che risulta liscio, e ciò può essere spiegato solo ipotizzando la presenza di metano o etano liquidi in scorrimento. «Il sollevamento del suolo oppure l’abbassamento del mare verso cui corrono i canyon o entrambe le cose hanno portato all’escavazione dei canyon, come è avvenuto in molti luoghi sul nostro pianeta», ha spiegato Valerio Poggiali, dell’Università degli Studi di Roma, che fa parte della squadra di Cassini ed è il principale autore della ricerca.

Sul nostro pianeta i canyon che si sono formati per l’innalzamento di una regione montuosa e/o l’abbassamento di un mare sono numerosi: dal Gran Canyon degli Stati Uniti al Lago di Como in Italia.

Lo studio della superficie di Titano può avvenire solo attraverso i radar, perché una densa foschia non permette ai telescopi di osservarla © ESA/NASA
9 settembre 2016 Luigi Bignami
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