Spazio

Cani su Marte: sopravvivrebbero? Potremmo portarli con noi?

Ci hanno seguito nelle grandi migrazioni, e hanno già affrontato alcuni viaggi spaziali (non sempre finiti bene). Sono ritratti anche negli ultimi poster della NASA, ma ci sono ottime ragioni per credere che i nostri amici a quattro zampe non apprezzerebbero il Pianeta Rosso.

Di recente la NASA ha pubblicato alcuni poster tematici sul futuro delle missioni umane su Marte e sulla Luna: mostrano un'astronauta che fluttua nel Deep Space Gateway, l'avamposto in zona cislunare che dovrebbe fare da base per le missioni nello Spazio profondo; un futuro colono lunare che fotografa la Terra, e un uomo che porta il suo cane a spasso su Marte (entrambi con tuta spaziale).

Un cane su Marte? Avete capito bene: anche se nei piani di colonizzazione marziana della NASA Fido non compare affatto - salvo che in questa licenza artistica - l'occasione è ghiotta per parlare di come se la caverebbero i nostri amici a quattro zampe nello Spazio (spoiler: male).

I precedenti. L'idea sarà anche peregrina, eppure i cani nello Spazio ci sono andati: negli anni '50 e '60, l'Unione Sovietica ne spedì almeno 57 in voli orbitali e suborbitali. La maggior parte superò incolume la missione, alcuni perirono per guasti tecnici, altri - come Laika - perché non era previsto che tornassero in vita. Erano per lo più randagi, spesso femmine (perché considerate più docili), addestrati per sopravvivere in spazi angusti e dotati di tute spaziali apposite. Con i gatti ci si provò una volta soltanto: hanno il brutto vizio di rifarsi le unghie...

La cagnolina Laika fu la prima ad affrontare una vera missione nello Spazio: rimase in orbita terrestre per cinque mesi, in una capsula progettata per rimanere a corto di ossigeno dopo una settimana. I sensori posizionati sul suo corpo registrarono un battito cardiaco tre volte più alto del normale durante il lancio, e un respiro affannoso. La poverina morì disidratata e per il surriscaldamento, dopo la decima rivoluzione intorno alla Terra.

Su Marte, come a casa. © NASA

Rischi imposti. Quando nello Spazio iniziò ad andarci l'uomo, i cani furono lasciati in santa pace. Portarli in futuro su Marte, loro malgrado, sarebbe innanzi tutto una tortura imposta: ci seguirebbero anche sulla Luna, ma non possono prendere decisioni informate. Chi decide, per un loro eventuale sacrificio?

La presenza di un cane sarebbe problematica a partire dal viaggio: l'esperienza del lancio, con pressioni quattro volte superiori alla gravità terrestre, i fluidi corporei confinati nella testa e negli occhi, le radiazioni, i problemi ai muscoli e alle ossa...

Niente da annusare. Anche se i cani-astronauti superassero un'esperienza del genere, arrivati su Marte passerebbero dallo spazio angusto di una capsula a quello di un habitat artificiale. Sul Pianeta Rosso, o sulla Luna, sarebbero privati del loro senso fondamentale: l'olfatto. Senza tuta non si può stare: l'aria è irrespirabile, il suolo tossico. Ma all'interno del casco, i 300 milioni di recettori olfattivi di Fido sarebbero costretti a respirare sempre lo stesso odore: il proprio.

Senza questo essenziale strumento, il cane non riuscirebbe mai a conoscere la nuova casa e le sue caratteristiche, non avvertirebbe la nostra presenza o quella di un altro cane, e non saprebbe dove fare pipì: in viaggio dovrebbe imparare a liberarsi nei pannolini, e una volta a destinazione, a farlo al chiuso. All'aperto, dovrebbe poi vedersela con la ridotta gravità.

extraterrestri nati. Se mai si arrivasse a una seconda generazione di cani, forse non sentirebbe nostalgia delle pozzanghere, del terriccio e dei cespugli terrestri: non li avrebbe mai conosciuti. Ma difficilmente la prima classe di cani astronauti sopravvivrebbe: sarebbe già un miracolo tecnologico se ce la facessero gli uomini.

Per alcuni antropologi la presenza al nostro fianco dei cani e di altre creature utili come i polli sarebbe un fatto naturale: gli animali domestici ci hanno storicamente sempre seguito. Ma porrebbe grossi problemi etici: se su Marte volessimo compagnia, sarebbe certamente più semplice cercare l'affetto di un robot. In quella situazione, riusciremmo a trovare empatici anche loro.

27 marzo 2019 Elisabetta Intini
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