Quando l'uomo camminò sulla Luna

Un estratto del nuovo libro di Piero Bianucci "Camminare sulla Luna" (Giunti, 2019) dedicato - e non poteva essere altrimenti - a "quell'evento", storico sotto tutti gli aspetti: scientifico, tecnologico, politico, umano.

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|Nasa

Piero Bianucci è uno dei più esperti giornalisti scientifici italiani. Da ragazzino curioso, ha incominciato a occuparsi della Luna poco dopo il 1950. Allora sembrava assurdo sbarcarvi, non c’era speranza di vederne la faccia opposta alla Terra e tanto meno di esplorare i pianeti del sistema solare. Nel 1957 ha visto il primo satellite artificiale, lo Sputnik russo, seguito dall’Explorer americano, e vale la pena di ricordare che l’Italia fu il terzo paese al mondo a lanciare un proprio satellite, il San Marco 1 di Luigi Broglio, nel 1964.

 

Poi ha assistito ai primi voli dell’uomo nello spazio, ha seguito la conquista della Luna per la «Gazzetta del Popolo», è stato testimone e cronista dell’esplorazione del sistema solare per «La Stampa», dei voli dello Shuttle, delle stazioni orbitali e del telescopio Hubble. Ora segue il progetto del Moon Village che l’Agenzia spaziale europea vuole costruire sulla Luna e i preparativi dello sbarco su Marte.

 

Per l'editore Giunti ha appena pubblicato Camminare sulla Luna in cui ripercorre le tappe di quella immensa impresa. Ne pubblichiamo le prime pagine per gentile concessione dell'autore e dell'editore.

 

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Il 20 luglio 1969 – era domenica – per la prima volta un uomo calpestava la Luna. Quest’uomo si chiamava Neil Armstrong. Aveva trentanove anni ed era sposato con Janet Elizabeth Shearon, che gli aveva dato tre figli, due maschi e una bambina, Karen. Un tumore gli aveva strappato Karen all’età di due anni. Per arrivare lassù, almeno due volte era stato a un soffio dalla morte.

 

Quando Armstrong con il piede sinistro toccò la Luna, erano passati 4 giorni, 13 ore, 24 minuti e 13 secondi dall’accensione dei motori del razzo Saturno 5 sulla rampa 39/A di Cape Canaveral, Florida. Negli Stati Uniti era notte. In Italia albeggiava, gli orologi segnavano le 4:56:15 di lunedì 21 ma pochi dormivano. Nel mondo 580 milioni di persone stavano guardando in diretta tv le immagini sfocate dell’astronauta che, a gravità ridotta, camminava incerto sollevando nuvolette di polvere nel Mare della Tranquillità. Poco dopo lo avrebbe raggiunto «Buzz» Aldrin. In orbita lunare seguiva trepidante la loro avventura Michael Collins.

 

Fu il primo evento globale. La diretta in mondovisione trasmise tutte le fasi cruciali dell’impresa, commentata per gli americani dal famoso anchorman della Cbs Walter Cronkite. Il modulo lunare, chiamato Eagle – dal 1782 l’aquila di mare testabianca, Haliaeetus leucocephalus, è il simbolo degli Stati ­Uniti –, si era staccato dal modulo di comando Columbia (nome tratto dal romanzo di Jules Verne che nel 1865 anticipò l’impresa) alle 19:47 ora italiana del 20 luglio e si era posato nel Mare della Tranquillità alle 22:17:40 (h 20:17:40 Utc, Tempo coordinato universale, in Italia era in vigore l’ora estiva). Le operazioni per aprire il portellone richiesero un’ora più del previsto ma lo sbarco avvenne ugualmente in anticipo di 5 ore sul piano originario perché, constatato che tutto era filato liscio al di là delle migliori aspettative, si decise di guadagnare tempo utile. Questa scelta negli Stati Uniti fece la differenza tra la domenica e il lunedì. Non mancarono i tradizionalisti che criticarono l’attività lavorativa di Armstrong e Aldrin sulla Luna in un giorno dedicato al riposo cristiano.

 

Cinquant’anni fa la popolazione mondiale era di 3,6 miliardi, oggi è più del doppio. Nella memoria del nostro paese, il 1969 è l’anno del dibattito sul divorzio, dell’«autunno caldo» nelle fabbriche e della strage di piazza Fontana. Presidente della Repubblica era il socialdemocratico Giuseppe Saragat, capo del governo il democristiano Mariano Rumor, che il 28 gennaio 1969 aveva firmato il Trattato di non proliferazione nucleare già sottoscritto da Usa, Urss e Regno Unito il 1° luglio 1968. Negli Stati Uniti Richard Nixon entrava alla Casa Bianca mentre i ragazzi americani morivano in Vietnam. In Francia si dimetteva il generale De Gaulle e subentrava Georges Pompidou. Pontefice era Paolo VI, la messa in latino andava in disuso. Volava per la prima volta il Concorde, aereo di linea supersonico costruito insieme da inglesi e francesi, ponendo fine a secoli di rivalità politica e commerciale. In Libia, con un colpo di stato, saliva al potere Gheddafi. Arafat veniva eletto capo dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina. Il 5 luglio, due settimane prima dello sbarco, un concerto dei Rolling Stones aveva richiamato 500.000 giovani all’Hyde Park di Londra. Il 15 agosto, a Woodstock, stato di New York, inizierà il concerto di tre giorni Peace & Rock Music: 400.000 hippies ad ascoltare Joan Baez, Santana, Joe Cocker, Jimi Hendrix e decine di altri musicisti mitici per i «figli dei fiori». In Italia Nada canta Ma che freddo fa, Mario Tessuto Lisa dagli occhi blu.

 

Parole memorabili

Armstrong, Aldrin e Collins tornarono sulla Terra il 24 luglio con 21,55 chilogrammi di pietre di un altro mondo. Scendendo l’ultimo gradino del Lem (Lunar Excursion Module), il modulo lunare, e toccando la «spiaggia sporca» del Mare della Tranquillità, Armstrong pronunciò la frase: «Questo è un piccolo passo per un uomo ma un grande balzo per l’umanità».

 

Disturbi del collegamento radio resero il messaggio poco comprensibile. Armstrong aveva detto «per un uomo» o «per l’uomo»? Prima che i filologi si accapigliassero, la Nasa adottò ufficialmente la prima versione, meno solenne, meno retorica. Ancora si discute se Armstrong abbia improvvisato, come spesso ha fatto credere e come ha sempre raccontato la moglie Janet, o recitato un copione concordato, cosa più probabile, come insinuò il secondo uomo che abbia camminato sulla Luna, «Buzz» Aldrin. Anni dopo Armstrong sostenne che rimuginò la frase da tramandare ai posteri per tutto il viaggio fino all’ultimo istante e che saltò l’articolo per l’emozione. «Spero che la Storia mi perdoni per essermi mangiato una parola e capisca che l’articolo ci andava, anche se non l’ho pronunciato... o magari sì.» Quando gli domandarono in quale forma preferiva che la frase venisse citata rispose in modo sibillino: «Potete mettere l’articolo tra parentesi». Rimane l’incertezza più importante: se abbia voluto dire «l’uomo» o «un uomo».

Buzz Aldrin mentre depone alcuni apparati per gli esperimenti sul suolo lunare. | Nasa

Dopo il volo trionfale dell’Apollo 11, altri sei equipaggi viaggiarono verso la Luna, tutti con successo, tranne quello dell’Apollo 13, che per un guasto all’impianto dell’ossigeno dovette limitarsi a circumnavigare il satellite e ritornare il più rapidamente possibile sulla Terra.

 

L’ultimo sbarco è del dicembre 1972. In totale, 24 uomini sono sfuggiti alla gravità terrestre e 12 hanno camminato sulla Luna. Tre astronauti volarono verso la Luna due volte: Lovell (Apollo 8 e 13), Young (Apollo 10 e 16) e Cernan (Apollo 10 e 17). Lovell fu l’unico a fare due viaggi senza toccare il suolo lunare, la prima volta perché non era previsto dalla missione, la seconda perché un incidente impedì la discesa sulla Luna. Costo complessivo del Programma Apollo: 25,5 miliardi di dollari dell’epoca, circa 160 di oggi, un decimo della guerra in Iraq (2003-2008). Inconfrontabili i tre morti nell’incidente dell’Apollo 1 (ironia della sorte: si verificò sulla rampa di lancio durante un test di simulazione) con i 58.000 americani caduti in Vietnam, guerra che costò quanto sette Programmi Apollo. I superstiti dei 52 astronauti selezionati su 250 per conquistare la Luna si contano sulle dita di una mano, quattro moonwalkers vivono ancora (marzo 2019). Quelli che non ci sono più hanno avuto una morte normale dopo una vita straor­dinaria.

 

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02 Giugno 2019