Spazio

Apollo 11: 20-21 luglio 1969, Michael Collins è l'uomo più solo dell'Universo

Il Columbia rimase in orbita mentre Armstrong e Aldrin scendevano sulla Luna: ecco una sintesi di alcune interviste al New York Times in cui Collins racconta la sua veglia solitaria, i suoi timori e il suo compito in caso di fallimento della missione.

Uno dei pochi americani a non seguire la diretta dell'allunaggio era un assente più che mai giustificato: in quel momento si trovava nel Columbia, sopra al lato nascosto della Luna, tagliato fuori dalle comunicazioni radio con la Terra, l'Eagle e i suoi compagni di viaggio dell'Apollo 11. Così Michael Collins si perse anche le storiche parole di Neil Armstrong, un piccolo passo per un uomo, un gigantesco balzo per l'umanità.

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In questi 50 anni molte volte l'astronauta al comando del modulo Columbia si è sentito chiedere se non avesse percepito una sconfinata solitudine, in quei 47 minuti di ciascuna delle orbite lunari in cui il nostro satellite si trovava tra la navicella e il resto dell'umanità.

In pace. «Mettete un abitante delle Isole Samoa sulla sua piccola canoa nel mezzo del Pacifico, di notte, senza che sappia dove sta andando né come arrivarci. Solo le stelle gli sono amiche e non ha nessuno con cui parlare. Quell'uomo è solo. Io non ho avvertito quel tipo di solitudine», racconta. «È vero, non avevo il comando di missione che mi parlava ininterrottamente per ore - per 40 minuti o poco più mi trovavo dietro alla Luna - ma ero nella mia piccola, confortevole casetta. Il Columbia era gradevole, sicuro, spazioso. Avevo caffè caldo, la musica se la volevo e un bel panorama fuori dall'oblò.»

Umorista. Collins era perfettamente addestrato e si muoveva entro confini che sentiva di poter gestire: «Costituivo un terzo di un'impresa molto inusuale, ma anche abbastanza chiaramente delineata. Forse l'attenzione sul tempo che ho trascorso da solo, dietro alla Luna, è un ingenuo tentativo da parte della gente di costruire qualcosa di più drammatico attorno a questa missione. Per me era piuttosto ordinaria: non fu cosa da tutti i giorni, d'accordo, ma neanche così dell'altro mondo».

Apollo 11: il modulo lunare Eagle fotografato da Michael Collins dal Columbia
Il modulo lunare Eagle fotografato da Michael Collins a bordo del Columbia, durante le operazioni di rendezvous tra le due navicelle, il 21 luglio 1969. © NASA
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L'eventualità di un salvataggio. Piuttosto, a cinquant'anni da quel giorno, Collins non smette di sorprendersi di come i vari tasselli della missione finirono per combaciare.

Se qualcosa fosse andato storto con la risalita dell'Eagle, Armstrong e Aldrin sarebbero rimasti intrappolati in una strana orbita lunare, e a Collins sarebbe toccato il compito di tentare di recuperarli.

In una serie di interviste al New York Times, ha raccontato di avere avuto a disposizione 18 diverse manovre di emergenza, studiate in base alla posizione del LEM. Ma alcune erano così complesse che non erano mai state provate. Se avesse fallito, «non mi sarei suicidato. Sarei tornato a casa da solo, e loro sapevano: non ci fu bisogno di discuterne. Certo non sarebbe stato un viaggio facile».

Incastro perfetto. Poi, tutto filò liscio: «La prima cosa a cui pensai, come pilota collaudatore, fu: santi numi, nulla è andato storto! Che strano: tutti questi piccoli pezzi, tutte le cose che avrebbero potuto andare male. Il viaggio verso la Luna e ritorno è come una lunga e fragile collana di margherite: basta un niente per spezzarla, e l'intera avventura fallisce».

E a chi gli chiede come fu il ricongiungimento in orbita, con i compagni di missione, racconta: «Erano sporchi! Dalle ginocchia in giù, le loro tute bianche erano impastate di polvere lunare. Ho pensato che avrei dovuto ripulire tutto...» Collins afferma di non ricordare che cosa disse, quando li accolse a bordo del Columbia: «me l'hanno chiesto così tante volte che se anche avessi avuto uno risposta, ora l'ho persa».

21 luglio 2019 Elisabetta Intini
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