Alieni: 7 nuovi modi per cercarli

Per aumentare le nostre chance di trovare e contattare possibili civiltà aliene abbiamo bisogno di nuovi metodi e tecnologie: ecco le migliori, con gli indizi da cercare.

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I radiotelescopi da soli non bastano più: per cercare E.T. serve ben altro.|Gary, Flickr

Immaginate di dover contattare un amico lontano e di aspettare per ore, invano, che vi chiami (di sua iniziativa) su un telefono pubblico di una città qualunque. Inutile, vero? Be', la nostra ricerca di forme di vita extraterrestri intelligenti non funziona in modo molto diverso. Dagli anni '50 (quando si gettarono le basi per la creazione del SETI) ad oggi ci siamo avvalsi per lo più di radiotelescopi per captare eventuali segnali provenienti da stelle lontane.

 

Tentar non nuoce. Ne abbiamo scandagliate poche migliaia, su centinaia di miliardi soltanto nella nostra galassia. Finora, non abbiamo trovato nulla - anzi, "nessuno". Ma questo mese parte il progetto Breakthrough Listen, che sfrutta due dei più potenti radiotelescopi al mondo per scrutare in una più ampia porzione di frequenze radio il milione di stelle più vicine a noi.

Metodi superati. Ma l'ascolto delle onde radio era all'avanguardia 60 anni fa. Possiamo presumere che, se esistono, se esistono da abbastanza tempo e se vogliono farsi trovare, gli alieni si affidino a tecnologie più evolute.

 

Altri modi. Da parte nostra, ci sono metodi più moderni ed efficaci per scovare eventuali tracce di vita lontano dalla Terra, posto che gli extraterrestri abbiano sviluppato civiltà compatibili con quello che andiamo cercando. Cerchiamo di allargare i nostri orizzonti e vediamo, sulla traccia di riflessioni raccolte dal New Scientist, come E.T. potrebbe rivelare la propria presenza.

 

1. L'aria che respirano (o che emettono). In termini strettamente biologici, le forme di vita sono macchine che consumano "carburante" ed emettono prodotti di scarto. L'uomo consuma ossigeno ed emette anidride carbonica, le piante fanno il contrario, alcuni batteri rilasciano metano o ammoniaca. Si forma così un cocktail di gas che è l'impronta biologica distintiva di un pianeta.

 

Il telescopio spaziale James Webb, che sarà lanciato nel 2018, sarà abbastanza potente da fornire informazioni sulla composizione atmosferica di esopianeti lontani studiando il loro transito davanti alle stelle madri. Con un po' di fortuna potremmo risalire alle molecole base, anche se i miliardi di km di distanza e possibili fenomeni geologici sconosciuti potrebbero inquinare il segnale.

 

I primi segmenti dello specchio primario del James Webb Space Telescope. | Nasa

 

2. Gas inquinanti. Mettiamo che gli alieni esistano, non è detto che siano necessariamente dotati di una spiccata sensibilità ambientale. Se fossero ridotti come noi - con un'atmosfera sempre più satura di sostanze chimiche inquinanti - potrebbe essere più facile scovarli.

 

Per esempio, alcuni clorofluorocarburi (CFC), composti chimici usati come propellenti per aerosol o come refrigeranti, che sulla Terra siamo riusciti a bandire per l'elevato potenziale di effetto serra, lasciano tracce in atmosfera per decine di migliaia di anni: una finestra di tempo abbastanza estesa da offrire qualche speranza di rilevazione. Affinché il James Webb Telescope ci riesca, tuttavia, la quantità di CFC nell'atmosfera aliena dovrebbe essere 10 volte maggiore di quella terrestre.

3. Le luci della città. Una civiltà avanzata con ore di luce limitate dovrà pur trovare un modo di illuminare il suo mondo. «Tokyo di notte sarebbe visibile nell'intero Sistema Solare fino ai suoi confini, con i telescopi esistenti» spiega Avi Loeb, astronomo dell'Università di Harvard.

 

Purtroppo, per vedere le luci della città sui pianeti che orbitano attorno alle stelle più vicine servirebbe un telescopio spaziale con uno specchio di almeno 200 metri di diametro, 40 volte più grande di quello che monterà il James Webb: difficilmente ne avremo uno così in tempi brevi.

 

Le luci notturne del Giappone viste dalla ISS. | Nasa

 

Ma può anche essere che gli alieni abbiano città più grandi e illuminate di Tokyo; o ancora, che il loro spettro luminoso sia diverso da quello che conosciamo; o che durante la ricerca di luci ci si imbatta in fioriture di alghe bioluminescenti, facili da confondere con un'illuminazione notturna, a tali distanze. Oltretutto, la fase delle "luci della città" potrebbe essere soltanto transitoria, come nel nostro caso per via del ciclo giorno/notte: dovremmo essere molto fortunati per vederla quando c'è.

 

4. Alieni in viaggio. Presto ci imbarcheremo in missioni interplanetarie e nella cattura di asteroidi. Abbiamo spedito una sonda su una cometa e una accanto a Plutone; la Voyager 1 ha raggiunto i confini del Sistema Solare. Potrebbe quindi capitarci di incontrare altri viaggiatori celesti durante una delle sempre più frequenti esplorazioni spaziali. Già, ma quale tipo di mezzo dovremmo cercare?

 

E.T. potrebbe spostarsi con sonde a vela spinte dalla pressione generata da laser ultrapotenti o da raggi radio. Noi non ci siamo ancora riusciti, ma in linea teorica è possibile e le tracce di un viaggio simile sarebbero relativamente facili da individuare.

 

Una scena del film "Independence Day". Se gli alieni viaggiassero molto vicini a noi sarebbe più facile scovarli. | 20thCentFox/Courtesy Everett Collection/Contrasto

Ingegneri extraterrestri potrebbero aver già messo a punto motori che sfruttino fissione o fusione nucleare: in questo caso, il segnale emesso sarebbe troppo debole per essere individuato dalla Terra, a meno che non capitino proprio nelle nostre vicinanze.

 

Potrebbero quindi già esserci centinaia di mezzi come questo nella nostra galassia, senza che noi si abbia la possibilità di rilevarli.

 

Oppure potrebbero spostarsi con razzi fotonici ad antimateria, un vettore per noi soltanto ipotetico, data l'elusività della "materia prima": in quel caso lascerebbero tracce luminose visibili da centinaia di anni luce di distanza, anche da un telescopio come Hubble. Per la cronaca, però, Hubble non ha mai individuato nulla di simile.

 

5. Grosse infrastrutture. L'idea parte da una speculazione di Freeman Dyson, fisico e matematico britannico, per il quale eventuali società aliene tecnologicamente avanzate potrebbero aver costruito megastrutture, addirittura attorno alle loro stelle: giganteschi manufatti, che potrebbero essere più facili da trovare.

 

Una di queste è una struttura nota appunto come sfera di Dyson, un collettore solare costruito intorno alla propria stella: se riuscissimo a osservarne una in fase di costruzione, questa eclisserebbe parte della luminosità del suo Sole.

 

Rappresentazione artistica di una sfera di Dyson. | Adam Burn

 

Da questo punto di vista, l'oggetto più interessante sotto osservazione è la stella KIC 8462852, a 1.480 anni luce dalla Terra, che mostra un anomalo oscuramento di luminosità che arriva fino al 22%.

 

Questo effetto, non riconducibile al passaggio temporaneo di un pianeta - persino un gigante come Giove bloccherebbe al massimo l'1% della luce solare - è stato attribuito al passaggio di uno sciame di comete o, con ipotesi più ardite, alla possibile presenza di megastrutture aliene. Ma al momento, nessuno dei due impianti teorici sembra reggere.

 

6. Calore residuo. Potremo anche definirci una civiltà "avanzata", ma in base alla scala ideata negli anni '60 dall'astronomo sovietico Nikolai Kardashev, che classifica le civiltà in base al loro livello di progresso tecnologico, siamo ancora dei principianti.

 

La scala di Kardashev calcola la capacità di una civiltà di raccogliere energia e calore: le civiltà di Tipo I (K1) sanno utilizzare tutta l'energia disponibile sul loro pianeta d'origine; quelle di tipo II (K2) riescono a raccogliere tutta l'energia della propria stella; quelle di tipo III (K3), tutta l'energia della propria galassia. In questa scala noi siamo al livello... K 0,73! Ma civiltà K2 e K3 dovrebbero a logica produrre una ingente quantità di calore residuo nella lunghezza d'onda degli infrarossi.

 

Una scena del film commedia Un'occasione da Dio (Absolutely Anything, 2015): alieni "fuori scala" rispetto alla classificazione di Kardashev decidono di liquidare Terra e terrestri, trovati proprio grazie al messaggio della Voyager. La targhetta della sonda - motivo di divertimento per gli alieni - fa bella mostra di sé in una scena del film, insieme a decine di altre, mandate nello spazio da altrettante ingenue civiltà poi spazzate via. Come va a finire? Be', l'intelligenza è sempre una questione relativa.

 

Il progetto Glimpsing Heat from Alien Technologies, che si avvale del telescopio della Nasa WISE (Wide-field Infrared Survey Explorer) sta cercando proprio questa radiazione, che viene emessa, tuttavia, anche nei processi di formazione stellare. In ogni caso, anche seguendo questa pista, le civiltà al di sotto di K3 potrebbero essere estremamente difficili da trovare.

 

7. Apocalisse. Sarebbe un peccato trovare finalmente traccia di una civiltà aliena proprio mentre questa si sta estinguendo, ma è pur sempre una possibilità. Per esempio, un'esplosione nucleare rilascerebbe raggi gamma in grado di rendere opaca l'atmosfera di un pianeta, e di provocare un inverno nucleare.

Potremmo individuare questa energia, ma attribuirla erroneamente alla collisione con un asteroide o con un altro pianeta. Se la sventurata civiltà aliena finisse invece vittima di un qualche agente biologico assassino, potremmo scorgere da lontano tracce di metano ed etano emanati dalla decomposizione di miliardi di corpi.

 

Se la distruzione venisse da piccole nanomacchine sfuggite al controllo, che si replicano all'infinito polverizzando ogni risorsa del pianeta, potremmo osservare le tracce di questa nanosabbia anche da molto lontano. Infine, ritorna l'ipotesi di un'atmosfera surriscaldata dai CFC: in questo caso, potrebbe anche non trattarsi di un suicidio, bensì di un tentativo di rendere più mite il clima di un pianeta di ghiaccio.

 

C'è nessuno? Insomma, le risorse da mettere in campo non mancano. Ma se anche un giorno dovessimo scoprire, a prescindere da come, le tracce di una civiltà aliena, potrebbero comunque esserci problemi di tempo e "sincronizzazione". Quelli scovati a milioni di anni luce di distanza potrebbero essere i segni di un mondo scomparso, esistito milioni di anni fa, estinto, evoluto o persino migrato in aree più accoglienti dell'Universo. E chissà se allora ci sentiremo più, o meno soli.

27 Gennaio 2016 | Elisabetta Intini