Scienza

Vaiolo: quale destino per il virus?

Ucciderlo e cancellarlo dalla faccia della Terra o conservarlo in laboratorio in attesa degli eventi? È questa la domanda a cui, entro pochi giorni, gli esperti dell'OMS devono dare una risposta.

Che cosa è meglio fare: distruggere gli ultimi campioni esistenti al mondo del virus del vaiolo, o mantenerli in vita nei laboratori ad alta sicurezza dove li abbiamo confinati? Alla fine di maggio, gli esperti dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) dovranno confrontarsi - e non per la prima volta - su questo interrogativo.

Nelle altre occasioni in cui la scottante questione è stata affrontata, l'ultima volta nel 2011, la decisione è sempre rimandata perché gli scienziati non sono concordi su che cosa è più prudente fare. In attesa della decisione, ecco un riepilogo di ciò che sappiamo e delle passate, tragiche esperienze con questa malattia, con un po' di storia e le argomentazioni di chi vuole tenere in vita virus e di chi vuole eliminarlo.

Oggi, uno dei virus più pericolosi è l'ebola, in compagnia dei virus della rabbia, dell'influenza, dell'hiv.

Una piaga biblica (anche se la Bibbia non ne parla). Questa tremenda malattia, di cui i sopravvissuti portano i segni nelle cicatrici sul volto, è una delle più gravi e pericolose della storia dell'umanità. È provocata dal virus Variola, appartenente alla famiglia degli Orthopoxviridae, e trenta su cento tra quelli che la contraggono muoiono.

La sua caratteristica è che può infettare solo gli esseri umani, ma si ritiene che circa diecimila anni fa il virus abbia "fatto il salto" nell'uomo da una specie animale, forse da topi. Il primo riscontro conosciuto della malattia si ha nella mummia del faraone egiziano Ramses V, più di tremila anni fa. L'ipotesi è che la malattia si sia diffusa dall'Egitto in India e poi in Cina, ma non in Europa e nel Medioriente, fino a tempi assai più recenti. Non c'è traccia infatti della malattia nei racconti biblici, e neppure nei testi di Ippocrate, e difficilmente si può pensare che un morbo del genere potesse passare inosservato. Un'ipotesi è invece che la peste antonina, che imperversò nell'impero romano tra il 150 e il 180 dopo Cristo, sia stata in realtà proprio un'epidemia di vaiolo.

Nel Medioevo era in Europa, dove provocava epidemie che però rimanevano abbastanza circoscritte, dato che erano limitati anche i movimenti delle persone. Con le colonizzazioni, si diffuse nel continente americano e poi nel resto del mondo. Si calcola che, alla fine dell'Ottocento, provocasse ancora quattrocentomila decessi l'anno in Europa, e che nel secolo scorso, in tutto il mondo, 300 milioni di persone siano morte di vaiolo.

Lotta millenaria. Fin dall'antichità, in India, si usava il sistema della vaiolizzazione per cercare di ottenere l'immunità contro la malattia: in pratica veniva inoculato il materiale contenuto nelle lesioni o nelle croste di un malato in via di guarigione. Una pratica molto pericolosa che non sempre otteneva l'effetto sperato.

Il primo vaccino fu realizzato da Edward Jenner, il medico inglese che nel 1796 usò siero ricavato dalle pustole di vaiolo vaccino, una malattia simile a quella umana, per immunizzare il figlio. Il vaccino venne poi perfezionato, preparato con un altro virus parente e utilizzato anche in Italia fino al 1981, quando è stata abrogata la vaccinazione contro il vaiolo. L'OMS ha iniziato negli anni Sessanta del Novecento la campagna globale contro il vaiolo, con una strategia che combinava vaccinazione e isolamento e contenimento dei focolai di malattia. Nel 1979 il vaiolo è stato dichiarato eradicato.

L'ultimo caso di malattia naturale era stato segnalato nel 1977 in Somalia. Per un incidente in laboratorio, invece, l'anno dopo, furono contagiati due tecnici dell'Università di Birmingham, in Gran Bretagna. Uno di loro morì, e da allora tutte le riserve conosciute del virus del vaiolo sono state distrutte o trasferite in due laboratori ad alta sicurezza dell'OMS, uno ad Atlanta (Stati Uniti), l'altro a Koltsovo (Siberia).

Pena di morte: favorevoli e contrari. In un articolo sulla rivista Plos Pathogens, Inger Damon, ricercatrice responsabile della ricerca sui virus della famiglia del vaiolo ai laboratori di Atlanta, fa un appello contro la distruzione dei campioni rimasti: «C'è ancora del lavoro da fare prima che la comunità internazionale possa essere sicura di possedere protezione sufficiente contro ogni futura minaccia del vaiolo», scrive in un editoriale firmato con alcuni colleghi. Tra i motivi principali per salvarli dall'estinzione completa, secondo la ricercatrice, c'è il fatto che vaccini e farmaci testati sul virus vivo potrebbero ancora rivelarsi utili contro altri virus della stessa famiglia. Il virus, inoltre, potrebbe servire se dovessero emergere preoccupazioni di resistenza all'attuale vaccino.

Chi invece è a favore della distruzione porta come argomento principale il rischio che il virus possa essere usato come arma biologica in attacchi terroristici, e il fatto che gli stessi scopi di ricerca siano oggi possibili anche senza il virus vivo. Nell'ipotesi che si realizzasse davvero un attacco terroristico con il vaiolo, avere il microrganismo naturale servirebbe? Anche su questo gli scienziati sono in disaccordo. Secondo Damon, servirebbe a produrre più rapidamente la quantità di vaccino necessaria, ma altri sostengono di no. Quasi tutti i paesi hanno scorte di vaccini. L'Italia, per esempio, ne possiede 5 milioni di dosi, che con opportune diluizioni potrebbero arrivare a 25 milioni di dosi.

19 maggio 2014
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