Scienza

Simulazioni marziane: che cosa succede se qualcosa va storto?

Nelle simulazioni terrestri del Pianeta Rosso non funziona sempre tutto alla perfezione: lo scorso febbraio una missione "spaziale" di otto mesi è stata interrotta dopo appena quattro giorni.

Siamo abituati a immaginare gli equipaggi impegnati nelle simulazioni marziane come campioni di resistenza e abnegazione. Sulla carta è in effetti così, ma gli esperimenti negli analoghi del Pianeta Rosso - laboratori che riproducono le condizioni estreme che affronteremo, nel tentativo di colonizzarlo - sono pensati soprattutto per mostrare i possibili imprevisti che ogni rischiosa missione spaziale comporta.

Lo scorso febbraio, uno di questi incidenti ha causato l'interruzione, dopo solo quattro giorni, di una simulazione che doveva durare otto mesi: come riporta un articolo sul The Atlantic, che racconta in dettaglio l'episodio, la vicenda ha stimolato alcune riflessioni sulle dinamiche di gruppo e di obbedienza che si imporranno per i futuri equipaggi marziani.

Lontani da tutto. Il 15 febbraio 2018 un equipaggio di quattro membri ha iniziato la sesta missione del progetto HI-SEAS (Hawaii Space Exploration Analog and Simulation), una simulazione di soggiorno marziano finanziata dalla Nasa e coordinata dall'Università delle Hawaii che si svolge a 2.400 metri di quota sul vulcano Mauna Loa, in un'area completamente isolata dell'Isola di Hawaii.

I ricercatori che partecipano a questi test di durata variabile (si va dai quattro mesi a un anno) sono chiamati a muoversi, comportarsi, comunicare, nutrirsi, lavorare e vestirsi come se fossero impegnati in una missione su Marte. Mangiano cibo reidratato, inviano e ricevono messaggi con un ritardo di 20 minuti (lo stesso che c'è con il Pianeta Rosso), razionano rifornimenti ed energia, non possono avere contatti diretti con l'esterno e, se si avventurano al di fuori dell'habitat, devono farlo indossando una pesante tuta spaziale.

Imprevisto precoce. I primi quattro giorni di missione nell'habitat ristretto (92 e 39 metri quadrati rispettivamente, per il primo e il secondo piano), sono stati complicati. La nuvolosità in cima al vulcano ha impedito alle batterie solari che alimentano l'ambiente simulato di ricaricarsi correttamente. All'esterno c'è un generatore di emergenza a gas propano: dopo aver razionato l'elettricità per quattro giorni, parte dell'equipaggio si è armato di tuta spaziale ed è uscito per attivarlo. La procedura prevede che, contemporaneamente, chi si trova nell'habitat attivi il contatore presente all'interno: ed è qui che qualcosa è andato storto.

Quando l'equipaggio all'esterno è rientrato, dopo aver correttamente attivato il generatore, ha trovato un membro dell'equipaggio rimasto nell'habitat pallido e in preda ai brividi: aveva preso una scossa toccando direttamente con le dita i fili scoperti, non protetti da un pannello di sicurezza, del contatore.

Non era mai accaduto niente di simile: nelle precedenti missioni si erano verificati solo piccoli incidenti, come bruciature, tagli o poco più.

Che fare? L'equipaggio ha provato a contattare diverse volte un numero medico di emergenza a disposizione per l'esperimento, senza ricevere risposta. Il passo successivo è stato chiamare il 911 (che grosso modo equivale al nostro 118), ma l'operazione ha posto un dilemma: avere contatti diretti con l'esterno avrebbe significato abortire la missione - un progetto che aveva chiesto a tutti i partecipanti una lunga preparazione, l'abbandono dei rispettivi posti di lavoro e trasferte internazionali - senza parlare della perdita di preziosi dati scientifici e comportamentali. C'era però pur sempre in gioco l'incolumità di un membro dell'equipaggio.

Lisa Stojanovski, divulgatrice scientifica australiana, membro dell'equipaggio della simulazione, era preoccupata che il collega potesse avere un infarto e convinta che servisse un intervento di soccorso attivo. Il comandante di missione Sukjin Han ha invece deciso, rispettando l'opinione della maggioranza dell'equipaggio, di chiamare il 911 soltanto per chiedere un consiglio.

La decisione finale. La situazione sembrava però imporre qualcosa di più di un semplice intervento di primo soccorso (per il quale l'equipaggio era addestrato). Così Stojanovski si è rivolta direttamente al responsabile scientifico della missione, Kim Binsted, che ha deciso si dovesse chiamare di nuovo il 911, questa volta per un intervento di soccorso. Data l'inaccessibilità del luogo, i soccorsi hanno impiegato 43 minuti ad arrivare.

Il membro dell'equipaggio è stato soccorso con successo in ospedale, ma la vicenda (sulla quale è stato mantenuto un certo riserbo) ha portato Stojanovski a riflettere sulle dinamiche di missione, e la scienziata ha deciso di ritirarsi. Il suo dietrofront ha significato la fine della missione: per la simulazione servono almeno 4 membri dell'equipaggio (anche se di solito, i membri di HI-SEAS sono sei). Inoltre, le missioni di questo tipo sono pensate per studiare le interazioni in un determinato equipaggio: difficile pensare di sostituire qualcuno in corsa, a esperimento iniziato.

Scegliere da soli. Quel che è certo è che nelle future missioni su Marte non saranno soltanto le relazioni tra membri dell'equipaggio - costretti a vivere gomito a gomito in condizioni proibitive - ma anche quelle con il supporto di Terra, ad essere complicate. Con un ritardo complessivo, tra richiesta e risposta, di 40 minuti (20 in uscita e 20 in entrata), quello di Terra sarà appunto un supporto, e non un controllo di missione.

Gli equipaggi dovranno prendere decisioni autonome, motivate dalla situazione del momento: la maggior parte delle volte, dovranno scegliere per sé, affidandosi all'intuito e all'inventiva. Pensare di studiarne le emozioni in piccoli habitat è forse una prova generale un po' distante dal vero. Intanto, le missioni HI-SEAS sono state congelate, in attesa che la Nasa e l'Università delle Hawaii consegnino le rispettive relazioni su quanto accaduto.

28 giugno 2018 Elisabetta Intini
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