Siamo 7 miliardi. Troppi?

Il 31 ottobre arriveremo a 7 miliardi. E nei prossimi 40 anni saremo ancora di più. Non solo: dovremo affrontare tante sfide: dalle migrazioni all’invecchiamento.

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La ressa dei passeggeri alla Churchgate railway station di Mumbai, in India, dove ogni giorno 9 milioni (su 13,5) di abitanti prendono il treno per andare a lavorare. L'india sarà tra i protagonisti della crescita futura: oggi coi suoi 1,17 miliardi di abitanti è il 2° Paese più popoloso dopo la Cina e nel 2050 arriverà al 1° posto, con 1,7 miliardi di persone.

In 2 secondi, il tempo di dare un’occhiata al titolo di questo articolo, la popolazione del pianeta è aumentata di quattro persone. Ogni secondo, sulla Terra, si registrano infatti 4,17 nascite e 1,80 morti, con una crescita netta di 2,37 persone. E ogni anno la popolazione mondiale cresce di quasi 75 milioni di individui. Adesso siamo quasi a 7 miliardi, traguardo che raggiungeremo il 31 ottobre 2011, secondo molte previsioni, come quelle dell’istituto Usa Population Reference Bureau. Una corsa che pare non fermarsi, anche se il tasso annuo di crescita globale è in realtà diminuito: dopo aver raggiunto il picco del 2,19% a metà anni ’60, è in calo costante e oggi il mondo aumenta dell’1,14%. 

Quanti potremmo essere, allora, tra 40 anni? Saremo troppi? E come cambierà la popolazione del nostro pianeta? Possiamo azzardare previsioni, considerando che entreranno in gioco molte variabili. Secondo i dati Onu, si prevedono tre diversi scenari. Per l’ipotesi più moderata, nel 2050 arriveremo sulla soglia degli 8 miliardi, a patto che l’attuale tasso di fecondità, una media di 2,56 figli nati per ogni donna, scenda a 1,54. Secondo l’ipotesi “media” - quella ritenuta più probabile - nel 2050 saremo 9 miliardi e 150 milioni: ciò potrà verificarsi solo se la fertilità nelle regioni meno sviluppate, che oggi è di 2,73 figli per donna, scenderà a 2,05, ma perché ciò accada è necessario che prenda piede anche nei Paesi più poveri la pianificazione delle nascite. Il terzo scenario pone il tasso di fertilità a 2,51, quasi invariato rispetto a oggi: ci porterà a circa 10,5 miliardi.

Variabili
Quali sono i fattori che influenzano la crescita della popolazione? Sostanzialmente due: il tasso di fertilità e il tasso di mortalità, che misura la frequenza delle morti. Entrambi influenzati da molte variabili. La mortalità, per esempio, è diminuita molto negli ultimi decenni, in tutto il mondo e in tutte le fasce d’età, per effetto dei progressi della medicina. Ma possono intervenire situazioni in grado di modificarla anche in periodi molto brevi. Un esempio è stata l’estate torrida del 2003, che nella sola Francia ha provocato 15.000 morti in più rispetto alla media. E pure gli eventi socio-politici di un Paese possono influire: come è accaduto in Russia e nei Paesi ex comunisti, dove dopo la caduta del regime sono peggiorate le condizioni di vita per un’ampia fascia di popolazione, con un calo della natalità e un aumento della mortalità (in Russia tra il 1991 e il 1994 si sono persi 5 anni di aspettativa di vita). Infine conta moltissimo il grado di sviluppo di un Paese. Nelle zone del mondo con alti standard di igiene, istruzione e guadagno pro-capite, le famiglie fanno meno figli, uno o due, e le persone vivono molto più a lungo. All’opposto, nei Paesi dove predominano povertà, scarsa scolarizzazione e insufficiente politica sanitaria, nascono ancora molti figli per famiglia e la vita si accorcia. È il caso dell’Africa, dove in media ogni donna genera più di 4 figli, ma dove ci sono soltanto 6 anziani ogni 100 adulti. Si potrebbe pensare quindi che la diffusione di maggior benessere e ricchezza anche nei Paesi poveri porterà in futuro a una stabilizzazione della popolazione su scala mondiale. È quello che si aspettano gli studiosi, ma con tempi lunghi.

9,1 miliardi

La popolazione nel 2050, secondo una proiezione

Squilibri pericolosi
Se nel 2050 saremo oltre 9 miliardi, la crescita sarà però diseguale nelle varie regioni del mondo. Secondo le previsioni Onu l’Europa resterà stabile, mentre l’Africa raddoppierà la sua popolazione attuale arrivando nel 2050 a quasi 2 miliardi (per effetto di una crescita annua di 22 milioni di abitanti, soltanto rallentata da una piaga terribile come l’Aids). Sempre nel 2050 in Asia vivranno 5,3 miliardi di persone. Il “peso” delle zone del mondo, le caratteristiche della popolazione e la sua distribuzione cambieranno. Come ha sottolineato Jack Goldstone, della George Mason University (Usa), in un’analisi della “nuova bomba demografica” pubblicata sulla rivista Foreign Affairs «la sicurezza internazionale nel Ventunesimo secolo dipenderà meno da quanta gente abiterà il pianeta che da come la popolazione globale è composta e distribuita».

Il tasso di fecondità indica il numero medio di figli per donna. Se minore di 2,1 è segno di invecchiamento e di calo della popolazione.
A livello mondiale è oggi di 2,56 figli per donna. Ma le differenze sono molte, tra le aree più o meno sviluppate nel mondo. Paesi poveri, tanti figli. Nella cartina, che indica con diversi colori il numero medio di figli per donna, questo scarto è visibile.
Ingrandisci cartina

Mega-trend
Goldstone ha individuato 4 “mega-tendenze” che da qui al 2050 rivoluzioneranno il mondo. 1) Un primo trend sarà il minor peso dei Paesi oggi sviluppati, come Europa e Nord America, sia dal punto di vista demografico che economico. Nel 2003 la popolazione di Europa, Usa e Canada era solo il 17% di quella globale, ma nel 2050 scenderà al 12%. E queste zone produrranno appena il 30% della ricchezza globale. 2) La popolazione dei Paesi sviluppati diventerà più vecchia, con una minore percentuale di persone in età da lavoro e una più alta di pensionati, con rischi di crisi del sistema previdenziale (v. articolo seguente) e più costi per l’assistenza medica. 3) La popolazione giovane crescerà soprattutto nei Paesi poveri (secondo le elaborazioni del Population Reference Bureau, nel 2050 i giovani tra 15 e 24 anni saranno al 53% in Asia e Pacifico, al 29% in Africa, al 7% in America Latina), dove sono minori però le opportunità per avere una buona educazione e soprattutto trovare un buon lavoro. Il rischio è che qui attecchiscano le condizioni per istabilità e conflitti. Goldstone in particolare sottolinea come questi sviluppi avverranno in molti Paesi musulmani e come sia quindi vitale migliorare le relazioni tra società islamiche (con giovani che potrebbero essere sensibili a movimenti radicali e anti-occidentali) e occidentali. 4) Un ultimo trend sarà la grande concentrazione negli agglomerati urbani, che riguarderà soprattutto i più poveri, in megalopoli con 15-20 milioni di abitanti, come Mumbai, Città del Messico, Nuova Delhi, Shanghai o Calcutta, dove già oggi si verificano gravi problemi di igiene, degrado, violenza, disordini.

Migrazioni

Altro fattore in gioco, le possibili migrazioni. Per cause economiche, ma anche ambientali. Che peso avranno? Secondo il rapporto Onu sulla popolazione mondiale per il 2009, «ci si aspetta che il cambiamento climatico sia uno dei fattori chiave per lo spostamento della popolazione nei prossimi decenni». Migrazioni, cioé, scatenate dall’aumento di eventi meteorologici estremi (come gli uragani), siccità e degrado del suolo, o aumento del livello del mare con conseguente erosione e inondazione della costa. Una minaccia, questa, per chi vive nelle aree costiere densamente popolate (dove si trova il 60% delle 39 maggiori metropoli) e per le nazioni di isole e atolli minacciati di finire sommersi come Maldive, Tuvalu, Vanuatu. Quanti migreranno? Per l’Onu, da oggi al 2050 almeno 200 milioni di persone dovranno spostarsi per fattori ambientali. Con stime che variano però da 50 milioni a un miliardo.

Nonni migranti
Ma ci saranno anche migrazioni per motivi economici. Per la Commissione globale sulle migrazioni internazionali dell’Onu, il fenomeno migratorio su scala mondiale interessa ogni anno oggi il 3% della popolazione. I più importanti Paesi di origine dei flussi migratori sono Cina, India e Filippine, quelli di destinazione Usa, Russia, Germania. Il passaggio dall’Africa all’Europa del Sud, attraverso il Mediterraneo, è invece una rotta migratoria secondaria. Ma la tendenza non si fermerà. «La situazione economica nelle regioni sub-sahariane» come spiega Hein de Haas, ricercatore dell’Istituto internazionale sulle migrazioni dell’Università di Oxford «continuerà a spingere l’esodo e anche nei Paesi di destinazione c’è bisogno di mano d’opera a basso costo; il miglioramento dei trasporti e delle rotte di collegamento nel Mediterraneo non farà che facilitare il fenomeno».
Le migrazioni aumenteranno? Secondo i dati Onu probabilmente sì, ma senza seguire necessariamente le rotte attuali. Nel 1975 dall’Asia si muoveva il 34,5% di tutti i migranti del mondo, oggi solo il 25%. Anche il peso dell’Africa sui flussi mondiali di persone sta calando in percentuale (dal 12% del 1970 al 9% oggi). Come sottolinea Jack Goldstone, la mancanza di giovani da una parte e l’abbondanza dall’altra alimenterà la migrazione verso i Paesi sviluppati dove c’è lavoro. Ma lo studioso teorizza anche un flusso inverso: gli spostamenti degli anziani dai Paesi sviluppati verso Paesi dove si potrebbe creare una rete di strutture residenziali e di assistenza.

Impatto ambientale
E il pianeta? Sembra attrezzato a reggere, nel 2050, il peso di 9 o 10 miliardi di persone. Ma come spiega Massimo Livi Bacci, docente di demografia dell’Università di Firenze «il problema sta nel fatto che la crescita futura si concentrerà nei Paesi poveri. Per i Paesi ricchi si può ipotizzare, nel lungo periodo, una combinazione tra una popolazione stazionaria e un’attività produttiva sempre più basata su attività che richiedono un consumo energetico limitato. Ma nei Paesi poveri, che hanno popolazioni in crescita e mirano a uno sviluppo rapido, il consumo energetico sarà molto rapido ed elevato».
In Occidente cioè produrremo sempre più servizi e beni non materiali, che non richiedono grande dispendio di materie prime ed energia, e le produzioni useranno tecnologie avanzate e più “ecologiche”.
Ma secondo Livi Bacci, «perché un Paese come l’India mantenga costante anche nel 2050 il suo attuale impatto ambientale, tenendo conto anche della crescita di popolazione, ogni prodotto industriale tra 40 anni dovrà essere realizzato con consumo energetico 13 volte inferiore a quello attuale. Un traguardo impossibile, perché la crescita indiana nei prossimi decenni moltiplicherà soprattutto il consumo di quei beni, come cibo o manufatti di prima necessità, che richiedono un alto contenuto di materia prima impiegata e di energia».

Cibo per tutti
Basteranno, insomma, le risorse? Secondo stime Fao, la Terra potrebbe dare nutrimento a 20 miliardi di persone. Il problema sta nella povertà e nella distribuzione del cibo. In un rapporto di tre studiosi dell’Onu, George Martine, José Miguel Guzman e Daniel Schensul, si sottolinea come negli ultimi vent’anni il tasso di crescita della popolazione mondiale sia sceso all’1,14% annuo, mentre la produzione di cibo è salita costantemente del 2% ogni anno. «Il mondo non sta esaurendo le risorse alimentari del pianeta» scrivono gli studiosi «il vero problema è un accesso ineguale al cibo per tutti e una distribuzione sbagliata».

Frontiere da non superare

Più serio il problema energetico: sulla disponibilità di petrolio, per esempio, le stime sono discordanti: si parla di un’autonomia di 40 anni agli attuali ritmi di consumo di circa 90 milioni di barili al giorno. Secondo stime dell’Agenzia internazionale dell’energia questo fabbisogno è destinato ad aumentare col crescere della popolazione e al 2030 dovrebbe salire a 120 milioni di barili al giorno. Servono, insomma, risparmio e nuove tecnologie.
Uno studioso dello svedese Stockholm Environment Institute, Johan Rockström, si è cimentato con altri colleghi nel compito di capire quanto dureranno le risorse naturali di fronte alla crescita demografica.
Rockström ha individuato alcune “frontiere”, sistemi fondamentali per la vita che non possiamo sfruttare oltre un certo limite. Uno di questi è per esempio l’impiego della terra per fini agricoli che, secondo i suoi calcoli, non potrà superare il 15% delle terre emerse e libere dai ghiacci. Andare oltre questa percentuale significherebbe impoverire altre risorse fondamentali, come le foreste, necessarie a controllare il livello di anidride carbonica in atmosfera. Attualmente stiamo già impiegando per l’agricoltura il 12% delle terre libere dai ghiacci, equivamenti a 16 milioni di km2; quindi ci resta un 3% da convertire all’agricoltura.

Acqua
Questo significa che per far fronte alle necessità alimentari di una popolazione in crescita non basterà trovare nuove terre da coltivare, ma si dovranno anche migliorare i metodi di coltura. Ma lo stesso discorso vale per esempio per soglie come l’inquinamento chimico, oppure la fondamentale disponibilità di acqua dolce. Per questa risorsa, spiega Rockström, non potremo andare oltre a un consumo di 4.000 km3 l’anno. Attualmente siamo a un livello di 2.600 km3. 

25 Ottobre 2011

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