Calci di rigore: la scienza prevede dove si tufferà il portiere

Come si calcia (o come si para) il rigore perfetto? È una questione di nervi, di tecnica, ma secondo gli studi anche di statistica.

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Precisione, sangue freddo e un po' di scienza possono aiutare a battere il calcio di rigore perfetto. O a pararlo.|Wikimedia Commons

I calci di rigore sono stati tra i protagonisti indiscussi della coppa del mondo di calcio che è giunta al suo epilogo, con la finale tra Croazia e Francia. Ma l'estrema punizione (come era chiamata dai telecronisti di una volta) è anche uno dei gesti sportivi più studiati dagli scienziati: la grande quantità di dati ufficiali a disposizione ha reso i calci di rigore uno dei terreni più fertili per la ricerca sui meccanismi decisionali nei momenti di grande pressione psicologica.

Dal momento del calcio la palla impiega meno di 3 decimi di secondo a percorrere gli 11 metri tra il dischetto del rigore e la porta: un tempo brevissimo, inferiore ai tempi di reazione del portiere che deve quindi decidere prima del tiro da che parte tuffarsi. Chi calcia deve quindi tentare di fuorviarlo con finte e gesti che nascondano fino all’ultimo momento la vera direzione del calcio.

Gli studi sull’argomento confermano però che le strategie di calciatori e portieri potrebbero essere notevolmente migliorate.

La roulette dei rigori. Una ricerca condotta su 361 calci di rigore battuti nei mondiali di calcio giocati tra il 1976 e il 2012 sembra dimostrare che la maggior parte dei portieri soffre di una curiosa sindrome dello scommettitore.

A fronte di una serie di rigori battuti sempre dalla stessa parte, il portiere aumenta la propria propensione a tuffarsi sul lato opposto della porta, un po’ come chi gioca alla roulette tende, senza che ce ne sia giustificazione scientifica, a puntare sul rosso dopo una lunga sequenza di “neri”.

Se un atteggiamento così prevedibile può sembrare strano da parte dei migliori professionisti del mondo, ancora più strano è scoprire, dati alla mano, che gli attaccanti non lo sfruttano a proprio vantaggio: la loro propensione a battere a destra o sinistra del portiere risulta infatti invariata rispetto ai tiri precedenti.

 

 

Per avere la miglior probabilità di segnare, conviene quindi battere il rigore nella stessa direzione del compagno che ha battuto il precedente: secondo lo studio nel 55% dei casi il portiere si butterà nella direzione opposta.


Ne sa qualcosa Jordan Henderson, che negli ottavi di finale contro la Colombia lo scorso 3 luglio si è fatto parare un rigore battendolo alla sinistra del portiere dopo che i due precedenti compagni avevano calciato sulla destra.

Meglio in mezzo. Ma se il portiere sceglie sempre di tuffarsi a destra o sinistra, lasciando quindi sguarnito il centro della porta, perchè nessun calciatore batte mai il proprio rigore in mezzo ai due pali? Dal punto di vista statistico calciare al centro della porta sembra essere una buona strategia.

Uno studio del 2002 condotto su 459 rigori battuti nei campionati di Serie A italiana e Ligue 1 francese dimostra come i calci al centro della porta (17% del totale) abbiano successo nell’81% dei casi rispetto al 70% di quelli a destra e al 76% di quelli a sinistra.

Paura di sbagliare. Secondo Daniel Khaneman, psicologo israeliano e premio Nobel per l'economia, battere i calci di rigore al centro della porta rappresenta un comportamento che devia dalla norma: sceglierlo amplifica le emozioni di chi lo batte, sia quelle positive in caso di successo, sia quelle negative in caso di insuccesso. Per questo motivo anche i migliori professionisti tendono a evitarlo: per paura di una figuraccia.

Eppure sembra che restare fermi in mezzo ai pali sia una buona scelta per i portieri: secondo le statistiche sui rigori dei principali campionati mondiali, i portieri che restano fermi al centro riescono a fermare il 60% dei tiri centrali più una piccola parte di quelli calciati lateralmente.

 

Ciò nonostante, nella maggior parte dei casi i portieri decidono di tuffarsi, probabilmente perché prendere un gol senza aver provato, almeno in apparenza, a "far qualcosa" risulta ancora più bruciante.

 

14 Luglio 2018 | Rebecca Mantovani