Le bestie mitologiche del futuro sono già qui

Colonizzeranno il mondo? Vedremo androidi con teste umane scorrazzare per le città o zampe robotiche muoversi grazie agli impulsi elettrici del cervello di uno scarafaggio?

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Teste parlanti capaci di conversare e persino di comunicare con le espressioni del volto: ecco il bestiario della mitologia contemporanea. |

Lion la testa, il petto capra e drago la coda, e dalla bocca orrende vampe vomitava di foco... Così Omero descrive nell'Iliade la chimera, mostruosa belva nata dalla folle unione di due creature altrettanto mostruose. Ibridi, creature, bestie immaginarie di ogni genere popolano miti e storie non solo dell'Occidente.

Secondo alcuni sono archetipi, cioè immagini simboliche che ricorrono, anche in forme diverse, in vari momenti della civiltà: oggi cerberi e chimere abitano a Holliwood, ma c'è anche un esercito di creature "nuove" che frequentano scienza e tecnologia. Più reali e concrete di una chimera.

Le nuove creature. Negli ultimi anni la scienza ha sfornato creature incredibili: dagli umanoidi che copiano dall'uomo (o almeno tentano) sembianze e intelligenza agli animali impiegati negli esperimenti sul sistema nervoso, in un territorio dove elettronica e biologia si fondono. Qualche esempio? Un ricercatore della Duke University (Usa) ha collegato arti robotici al cervello di una scimmia che può così muovere zampe d'acciaio come se fossero sue. Un altro studioso americano è invece riuscito a creare teste quasi-umane che interagiscono con gli umani: ascoltano, capiscono, rispondono, addirittura adeguando al contesto l'espressione del volto. C'è anche chi progetta muscoli robotici sulla falsariga di quelli umani e pelli sintetiche che riproducono le rughe (d'espressione e non) di un volto vero. Ma l'uomo non è l'unico modello: nei laboratori si studiano la vista notturna delle falene, gli occhi delle mosche, il sistema di orientamento dei pipistrelli, il senso dell'orientamento delle vespe... Tutto per carpire qualche segreto a "Madre Natura" e creare organismi cibernetici, i cyborg, un po' animali e un po' macchine, che possano rendere più facile la nostra vita.

 

Il Bestiario Hi-Tech. In queste pagine trovate alcuni dei più curiosi mostri della tecnologia: è la nostra versione dei bestiari medievali, dove si raccoglievano disegni e descrizioni di animali più o meno noti per i quali, alla rappresentazione realistica, si sovrapponeva quella immaginaria, nata dai miti, dalla fantasia o dalle paure. E in fondo, il fascino e i timori che suscitano androidi e robot sono gli stessi ancora oggi.

 

Volendo scegliere un insetto da usare come modello per i suoi robot, Roger Quinn, direttore del laboratorio di Robotica Ispirata alla Biologia della Case Western Reserve University (Cleveland, Usa), non ha optato per la strada più facile. Il suo bot si ispira infatti a uno scarafaggio, il Blaberus discoidalis (diffuso nei Caraibi), dalla cui complessa anatomia Quinn ha copiato le articolazioni delle zampe.

Venti volte più grande della blatta, il robt Ajax ha dodici giunture pneumatiche che gli conferiscono 24 "gradi di libertà", ovvero modi diversi di articolare i suoi movimenti. Quinn, come molti suoi colleghi, persegue la strada della biomimesi: «Facciamo evolvere la robotica impiegando le conoscenze che derivano dallo studio dei meccanismi biologici». In pratica, rubano idee dalla natura.

 

Da questi insetti poco piacevoli c'è anche chi vuole carpire i segreti del senso dell'orientamento, nascosti, pare, nelle lunghe antenne. Il robottino sviluppato da Noah Cowan (Johns Hopkins University, Baltimora, Usa) ha speciali prolungamenti che si estendono dal corpo centrale e che, a contatto con ostacoli, avvertono il sistema di navigazione incorporato, un po' come fanno le vibrisse (baffi) dei gatti. E se nemmeno "a tastoni" i robot riescono a muoversi in sicurezza, allora serve la supervista delle falene: alla Cardiff University (Galles) è stato da poco presentato un obiettivo realizzato imitando le strutture nanoscopiche di cui sono dotati gli occhi dell'insetto, in grado di trattenere anche la minima quantità di luce.

 

Se esistessero, RoboCop e Terminator non sarebbero più soli. Questi cyborg dall'aspetto umano, dotati di organi sia artificiali sia biologici, oggi potrebbero avere persino un animale da compagnia! La robotica è già approdata al regno animale e l'idea di prendere spunto dall'anatomia e dalla fisiologia animale per realizzare robot sempre più efficienti (questa linea di ricerca è chiamata biomimesi) ha dato molti frutti: sono i cyborg-animali, le chimere del nostro tempo nate dal connubio tra biologia e tecnologia. E talvolta persino "arte", per quanto, va detto, sia un concetto di arte molto discutibile.

La neurobotica. «In fondo, combinare le macchine ad alcune parti del corpo umano ha portato a grandi innovazioni, ad esempio nella realizzazione di cuori artificiali», spiega Charles Higgins, dell'Università dell'Arizona. Perché non provare anche con il cervello? L'ultima frontiera delle neuroscienze è la neurorobotica, che si propone di fare interagire robot e cervelli organici. Gli esperimenti, condotti per adesso solo sugli animali, hanno prodotto risultati che i ricercatori definiscono "incoraggianti". Ma hanno anche dato vita a creature mai viste prima. C'è ad esempio il RoboFalena, presentato dallo stesso Higgins in occasione della 37° edizione del meeting annuale della Società Americana di Neuroscienze. È una piccola macchina, "guidata" da una farfalla amante dell'oscurità: i movimenti del robot sono azionati da impulsi provenienti da elettrodi impiantati nel minuscolo cervello dell'insetto che, immobilizzato all'interno di un tubo di plastica, vede scorrere attorno a sé solamente strisce colorate che riproducono quello che la farfalla percepisce durante il volo. Solo così, infatti, i neuroni che durante il volo stabilizzano la vista della falena emettono i segnali elettrici che mettono in moto il meccanismo di trazione. E che in un attimo trasformano falena e robot in un unico "essere".

Trasmissione del pensiero. Miguel Nicolelis della Duke University (North Carolina, Usa) ha voluto fare ancora di più. Il suo cyborg è in due posti contemporaneamente: la testa negli Stati Uniti, il corpo in Giappone. Impiegando un principio analogo a quello della falena di Higgins, il ricercatore ha collegato al cervello di una scimmia, "ospite" del suo laboratorio, alcuni sensori che registrano i segnali prodotti dal cervello dell'animale mentre viene fatto camminare. I segnali vengono poi inviati inviati all'Istituto di Ricerche in Telecomunicazioni Avanzate di Tokyo dove sono codificati e trasmessi a un robot in grado di rielaborarli. E in men che non si dica, le gambe artificiali iniziano a camminare, seguendo i passi di una scimmia che si trova all'altro capo del mondo.

Arte e rane morte. Garnet Hertz è un ricercatore canadese che a suo dire fa "arte elettromeccanica": lui gli animali robotici li usa per indurci a riflettere sul confine tra naturale e artificiale. Suoi il RoachBot, mosso dall'istinto di uno scarafaggio, e la rana morta e sotto formaldeide che si può muovere con comandi via internet. A quale scopo? Mostrare quanto sono vicini biologia e tecnologia. Forse bastava dirlo, e adesso sappiamo anche che gli animali cyborg fanno tutti una brutta fine.

 

Con lo sviluppo delle conoscenze scientifiche e tecnologiche l'uomo ha immaginato e creato nuovi miti. Il dottor Frankenstein, che nell'omonimo romanzo di Mary Shelley (1818) dà vita a un cadavere, è un esempio di mito moderno. Con una sua morale: tentando di creare con le proprie mani un individuo a sua immagine e somiglianza, lo scienziato si sostituisce al Creatore, in un delirio di onnipotenza (quello che i greci chiamavano hubris) che secondo la tradizione merita una grave punizione divina. Per questo motivo nel romanzo della Shelley la "creatura" sfugge al controllo del suo creatore e gli si ribella, perseguitandolo e conducendolo alla morte.

Gli uomini finti. David Hanson dovrebbe temere di fare la stessa fine... Più o meno questo deve aver pensato Cynthia Breazeal, ricercatrice al Massachusetts Institute of Technology quando, nel 2002, incontrò a una conferenza il giovane creatore di umanoidi e fondatore della Hanson Robotics.

Tra le principali studiose di robotica al mondo, Breazeal è la mamma di Kismet, il primo prototipo di robot capace di interagire attivamente con gli umani e di riconoscere e riprodurre le espressioni del volto. Realizzato verso la fine degli anni '90, l'androide col musetto simpatico che "fa le facce" quando gli si parla non è però nulla in confronto ai realistici androidi in sinto-pelle, capace di dare al volto espressività e naturalezza. Breazeal mise in guardia Hanson: con le sue ricerche si stava avventurando in un territorio sconosciuto, che potrebbe condurre un giorno a dare la luce a replicanti, uomini finti indistinguibili da quelli bio.

 

La Valle dell'Assurdo. Il concetto a cui Cynthia Breazeal faceva riferimento ha un nome: è la teoria dell'uncanny valley (la "valle dell'assurdo"), presentata in un articolo dallo studioso giapponese di robotica Masahiro Mori nel 1970. Secondo Mori, posti davanti a un umanoide ognuno di noi mostra un coinvolgimento emotivo che cresce con l'aumentare della sua somiglianza con l'uomo.

Davanti alle teste di Hanson, più affascinanti di un "banale" robot metallico, siamo interessati, colpiti, stupiti. Tuttavia, secondo Mori, quando la somiglianza si fa più forte smettiamo di provare simpatia nei confronti dell'androide, che inizia invece a impressionarci: è a questo punto che entriamo nella valle dell'assurdo, rappresentata graficamente dallo studioso come una curva verso il basso. E al di là della curva c'è l'ignoto. Androidi ancora più realistici... potremmo odiarli. Oppure innamorarcene, come succede in Blade Runner, il film ispirato a un romanzo di Philip Dick: Deckard, cacciatore di androidi, si innamora perdutamente della replicante Rachel.

 

«La mia previsione è che entro il 2050 il Massachusetts sarà il primo degli Stati americani a legalizzare il matrimonio con i robot», afferma David Levy, e vedi un po' nella fotogallery a che cosa sta probabilmente pensando.

Non sappiamo se lo studioso di intelligenza artificiale dell'Università di Maastricht (Olanda) si sia fatto influenzare dall'amore tra il cacciatore di androidi e la replicante di Blade Runner, però una cosa è (ancora per un po') certa: di matrimoni robotici non se ne parla. Anche se per il sesso con gli androidi è un altro discorso.

Sesso con un robot. Qualche anno fa hanno fatto il loro ingresso in società i primi androidi-donna, replicanti perfetti capaci di chiacchierare (un poco) e di esprimere emozioni attraverso i movimenti del corpo e del volto. Ma oggi la tecnologia propone vere macchine del sesso: versione high-tech delle antiquate bambole gonfiabili, i robot "da letto" sono veri e propri umanoidi a cui manca solo la capacità di deambulare (che farsene, a letto?). Andy è la più nota e accessoriata.

 

A questa bomba sexy al silicone, prodotta artigianalmente in Germania, pare non manchi nulla: leggiamo dalla brochure di presentazione che è "calda nei punti giusti, restituisce la sensazione della pelle vera grazie a uno speciale silicone realistico che dà consistenza e morbidezza a seni, fianchi, cosce" e tutto il resto. Grazie a sistemi pneumatici, poi, Andy può ansimare quando l'amplesso si fa coinvolgente mentre il cuore le batte a ritmo sempre più rapido. L'umanoide vede e sente: un sistema audio le permette di ascoltare le parole che le vengono dette e di reagire di conseguenza, con lievi sobbalzi o "respiri d'amore". E la vista le serve per riconoscere il suo compagno.

Chi fa i mestieri? Ma un robot non si può fregiare del titolo di "umanoide" solo perché mostra una faccia tale quale a quella di una provocante donna, di uno scienziato tedesco o di un autore di fantascienza (vedi pagina precedente). Deve anche saper compiere le attività tipicamente umane, perfino le più banali, come lavare i piatti. E in questo, va detto, Andy è una frana.

Per fortuna ci sono Monty, il maggiordomo ancora imperfetto (guarda il videoclip "Gli elettro-domestici"), Hrp-2 (uno studio incredibile per una macchina capace solo di servire il caffè!), Robina - guida perfetta nelle sale di un museo di Tokyo - e Plen, che se non avete voglia di giocare se ne occupa lui, e va sui pattini al posto vostro... Insomma, tutto pur di dimostrare che la robotica ci risparmierà almeno le attività più noiose.

La domanda, adesso, è: tutto questo, vi piacerà?

 

I Robot del Terzo Millennio (fotogallery). Umani, disumani, super umani: comunque "bestiali", come appena usciti dalle pagine di un catalogo di creature immaginarie, eppure già in mezzo a noi. Sono macchine costruite a immagine e somiglianza dell'uomo (e della donna) che hanno fratelli-insetti e parenti-serpenti. Hanno cervello. Avranno anche l'anima?

 

Rise, l'arrampicatore (videoclip): dal suo modello biologico, lo scorpione robotico che non ha copiato solo l'aspetto (le zampine, la coda...), ma anche le capacità di arrampicatore.

 

Il cavallo dimezzato (videoclip): si chiama BigDog (grande cane), ma a vederlo, soprattutto quando galoppa, sembra un cavallo senza testa. Certo è che, come una bestia mitologica, non teme nulla.

 

L'equilibrista (videoclip): questo androide, sottoposto a scossoni e urti, riesce sempre a ritrovare l'equilibrio. Oscilla, ondeggia, indietreggia... ma non cade mai!

 

Gli elettro-domestici (videoclip): Monty, l'androide creato da Trevor Blackwell della Anybots, è alle prese con un tavolo da sparecchiare e la lavastoviglie da far partire.

 

Faccia di bambola (animazione): che cosa succederebbe se i robot prendessero "vita" e se l'intelligenza artificiale diventasse indistinguibile da quella biologica?

 

L'insetto guida (videoclip): ecco a voi il primo cyborg-scarafaggio, metà insetto e metà veicolo. Ma che farsene di una blatta motorizzata?

 

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15 febbraio 2014 | Andrea Porta