Scienze

Risonanza magnetica per coccodrilli

La tecnica di imaging biomedico usata per studiare come questi rettili elaborano vari stimoli sensoriali, dai colori ai suoni semplici, fino a un concerto di Bach.

La logistica non deve essere stata semplice, ma alla fine l’esperimento del coccodrillo dentro la risonanza magnetica è stato eseguito. Per la prima volta, alcuni ricercatori ha sottoposto un rettile a questo test che è un classico dei sistemi per studiare il cervello: lo scopo era saperne di più sull’evoluzione del sistema nervoso, in particolare di come avviene l’elaborazione degli stimoli sensoriali, di questi parenti dei dinosauri arrivati fino a noi.

I coccodrilli sono una delle più antiche specie di vertebrati, e sono rimasti quasi invariati per 200 milioni di anni. Possono anche essere considerati una tappa dell'evoluzione tra i dinosauri e gli uccelli di oggi. Per questo sono una specie utile per capire a che punto nella storia evolutiva si sono formate strutture cerebrali e funzioni ad esse associate.

Concerto per rettili. Mehdi Behroozi (Università della Ruhr, Bochum, Germania) e il suo team hanno innanzi tutto adattato una macchina per la risonanza magnetica funzionale, utilizzata per visualizzare l’attività del cervello, alla fisiologia del coccodrillo, un rettile a sangue freddo. Poi hanno sottoposto alla fMRI cinque giovani coccodrilli del Nilo (Crocodylus niloticus) appartenenti allo zoo di Bochum (dove sono poi tornati).

Gli animali, lievemente sedati prima di essere infilati nell'apparecchiatura, sono stati sottoposti a varie stimolazioni, come accade in questo genere di studi, mentre veniva registrata l’attivazione delle diverse aree cerebrali che gli stimoli producevano. Hanno visto flash di luce di vari colori e ascoltato una serie di suoni semplici - note musicali singole - e complessi, tra cui alcuni secondi del concerto brandeburghese numero 4 di Bach.

Meccanismi antichi. I ricercatori hanno rilevato che l’ascolto di suoni complessi, per esempio la musica, provocava l’attivazione di aree cerebrali aggiuntive rispetto a quella di suoni semplici, la stessa cosa che succede negli uccelli e nei mammiferi. In sostanza, questo primo studio indicherebbe che i meccanismi nervosi per l’elaborazione degli stimoli sensoriali, in particolare di quelli sonori, sono molto antichi da un punto di vista evolutivo, probabilmente comuni a tutti i vertebrati, e risalenti a circa 300 milioni di anni fa.

Soprattutto, sottolineano i ricercatori, questo primo tentativo mostra che gli studi sul cervello possibili con la risonanza magnetica possono essere estesi a molte altre specie, finora mai prese in considerazione.

19 maggio 2018 Chiara Palmerini
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