Scienza

La giovinezza nel sangue

La trasfusione di sangue umano del cordone ombelicale ha portato un miglioramento della memoria in topi anziani. Si cerca di capire meglio questo effetto, e di trasformarlo in una terapia anti-invecchiamento.

Trasfusioni di sangue ricavato dal cordone ombelicale hanno “ringiovanito” il cervello di topi anziani, migliorando la loro memoria. L’esperimento, per certi aspetti quasi fantascientifico, fa parte di un filone di ricerca che da tempo studia e testa la possibilità di sfruttare alcuni fattori presenti nel sangue o nel plasma di individui giovani per rigenerare i tessuti con effetto anti-invecchiamento.

Per tentativi. In alcuni studi, quando il sangue di topi vecchi è stato arricchito con quello di compagni più giovani, sono stati osservati miglioramenti fisici, da una pelliccia più lucida a organi più in salute. Ma questi tentativi di “cura” con sangue giovane, un’ipotesi che per il senso comune sembrerebbe ragionevole, sono stati anche oggetto di critiche, e i risultati positivi sono spesso stati rovesciati da studi successivi.

La novità dell’esperimento, condotto da ricercatori dell’università di Stanford e pubblicato su Nature, è che per la prima volta è stato usato sangue umano, ricavato dal cordone ombelicale: i topi anziani che hanno ricevuto una infusione di questo plasma hanno dimostrato un certo recupero delle capacità cognitive.

Rispetto ai loro compagni che avevano ricevuto sangue ma di donatori adulti, sono stati in grado di orientarsi meglio in un labirinto, un test tipico degli studi sulla cognizione negli animali, e hanno imparato meglio a evitare le aree delle gabbie dove avevano ricevuto una piccola scossa elettrica, considerato anche questo un test per misurare la memoria.

Proteina della giovinezza? Nel seguito dell’esperimento, alla ricerca di quale fosse il fattore in grado di spiegare questi risultati, i ricercatori hanno confrontato una sessantina di proteine presenti nel plasma del cordone ombelicale con quelle del plasma di adulti, e con quelle identificate in test precedenti di “ringiovanimento” sui topi.

Hanno così identificato una lista di proteine che ipoteticamente avrebbero potuto essere responsabili dell’effetto. Dopo averle iniettate una alla volta in topi anziani, poi sottoposti agli stessi test sulle capacità cognitive, gli scienziati ne hanno trovata una in particolare che ha migliorato la performance di memoria. Come riprova, l’iniezione del plasma privo di quella molecola, in sigla TIMP2, non ha avuto nessun effetto.

Un risultato da decifrare. Che cosa esattamente faccia questa proteina, di cui non è nota nessuna relazione con l’apprendimento e la memoria, i ricercatori non lo sanno. Quello che è stato verificato è che la proteina non produce una rigenerazione diretta dei neuroni, che con l’età si deteriorano. Inoltre, per ottenere l’effetto, i ricercatori non hanno avuto bisogno di iniettare la proteina nel cervello.

L’ipotesi è invece che la proteina funzioni come un interruttore che regola l’accensione di geni coinvolti nella crescita di cellule e vasi sanguigni, e probabilmente su altri aspetti del metabolismo, che a loro volta migliorano le performance intellettive.

Elisir in pillole. I passi successivi saranno cercare di scoprire con quale meccanismo questa o altre proteine riescano a far regredire i danni dell’età, se l’effetto di ringiovanimento riguardi solo il cervello o altri tessuti del corpo, ed eventualmente cercare di riprodurlo trasformandolo in terapia anti-età. Tentativo che fra l’altro alcune aziende, in cui sono coinvolti anche gli autori dello studio, stanno portando avanti da tempo.

21 aprile 2017 Chiara Palmerini
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