Glifosato, tutto quel che c'è da sapere

È il diserbante più usato al mondo, in agricoltura, nel giardinaggio e per la manutenzione del verde, ma ora è sotto accusa per i possibili danni alla salute. A breve l'Unione europea deciderà se metterlo al bando o continuare a permetterne l'utilizzo.

shutterstock_549470965
|Shutterstock
In sintesi
  • Il glifosato è l'erbicida più usato nel mondo.
  • Nel 2015, lo IARC, l’agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, che fa parte dall’Oms, lo ha inserito nella lista delle sostanze “probabilmente cancerogene” (gruppo 2A).
  • L'EFSA, l'Autorità europea per la sicurezza alimentare, ha espresso un giudizio più rassicurante, ma le sue valutazioni sembrano essere state copiate da quelle dei produttori del glifosato.
  • Entro il 31 dicembre 2017 l'Unione Europea deciderà se prorogare per 10 anni l'autorizzazione al suo uso.
  • In Italia si applica il principio di precauzione: si può usare, ma con molte limitazioni. 

 

 

È innocuo o fa male alla salute? Permetterne l’uso o proibirlo? Da anni si discute del glifosato, il componente chiave dei diserbanti più utilizzati al mondo, sia in agricoltura sia per la manutenzione del verde urbano. Ora la controversia è giunta all’apice: a breve, la Commissione Europea dovrà decidere se rinnovarne l’autorizzazione per altri 10 anni o bloccare la possibilità di utilizzarlo nei paesi europei. Ma da almeno un paio di anni si fronteggiano pareri diversi, a volte opposti, da parte di diverse agenzie e organizzazioni internazionali, sulla sicurezza di questa sostanza.

 

Il tema è tornato d'attualità anche nei giorni scorsi, quando si è scoperto (vedi più avanti) che circa un centinaio di pagine del rapporto dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) che ha valutato i rischi dell’uso del glifosato sono stati copiati - parola per parola - dalla richiesta di rinnovo dell’autorizzazione da parte delle aziende che lo producono. 

 

Qui cerchiamo di ricostruire la complessa vicenda, e di rispondere alle domande più comuni sul glifosato e la sua presunta pericolosità, con l’aiuto di Emanuela Testai, tossicologa dell’Istituto superiore di sanità.

 

Che cos’è, innanzitutto, il glifosato?

È un diserbante non selettivo, vale a dire una molecola che elimina indistintamente tutte le erbe infestanti. È stato introdotto sul mercato nel 1974, ed è oggi l’erbicida più utilizzato al mondo: dalla sua introduzione ne sono state spruzzate sui campi quasi 9 milioni e mezzo di tonnellate.

 

È un diserbante anche abbastanza economico, e semplice da utilizzare.

La molecola è stata sintetizzata negli anni Cinquanta, nei laboratori della Cilag, e una ventina di anni dopo nei laboratori della Monsanto è stata scoperta la sua azione come erbicida ad ampio spettro. L’industria lo brevetta e lo commercializza con il nome di Roundup. La sua diffusione avviene soprattutto a partire dagli anni Novanta, quando la Monsanto inizia a introdurre sul mercato le prime colture geneticamente modificate resistenti al glifosato, per esempio la soia.

 

Da allora l’uso del glifosato è aumentato globalmente di 15 volte. Dal 2001 il brevetto è scaduto, e il glifosato viene utilizzato da molte aziende nella formulazione di diserbanti utilizzati non solo in agricoltura, ma anche nei prodotti per il giardinaggio e soprattutto per la manutenzione del verde, vale a dire per eliminare le erbe infestanti dai bordi di strade, autostrade, binari ferroviari.

 

Come agisce?

Il glifosato viene assorbito dalle parti verdi della pianta e poi trasferito fino alle radici. In una decina di giorni la vegetazione secca. Nei campi da coltivare, l’erbicida viene spruzzato prima della semina per eliminare le erbacce. Nel caso delle colture resistenti (che non sono presenti in Italia), può essere utilizzato con le piante già cresciute.

Il glifosato si trova nel Roundup, un diserbante prodotto da Monsanto che in tutto il mondo registra vendite per 4,75 miliardi di dollari. | Alamy/IPA

Da quanto tempo viene utilizzato in Europa?

La prima autorizzazione comunitaria per il glifosato in base alla normativa sui pesticidi risale al 2002 (prima valevano le norme nazionali). La regola vuole che le agenzie regolatorie rivalutino periodicamente la sicurezza per la salute e l’ambiente, tenendo conto di nuovi dati, in modo che le autorità competenti possano decidere se rinnovare l’autorizzazione per la commercializzazione. È dal 2012 che è iniziato il processo di rivalutazione del glifosato.

 

Nel 2015, dato che avevano cominciato a manifestarsi divergenze tra diversi enti sulla sua sicurezza, è stata concessa una proroga che scadrà il 31 dicembre 2017. Entro quella data la Commissione Europea dovrà decidere se rinnovare l’autorizzazione per altri 10 anni. A una prima riunione, a marzo, Italia, Olanda, Francia e Svezia hanno espresso parere contrario al rinnovo. La Francia ha ribadito nei giorni scorsi che entro il 2022 ne vieterà completamente l’utilizzo. La Germania pare sia favorevole. La riunione per la votazione, più volte rimandata, è prevista per il 5 ottobre.

 

È cancerogeno?

Come tutti gli erbicidi e i pesticidi, anche il glifosato è da tempo sotto osservazione. Finora, nonostante qualche studio contrario, era stato ritenuto relativamente innocuo. Nel 2015, lo IARC, l’agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, che fa parte dall’Oms, lo ha inserito nella lista delle sostanze “probabilmente cancerogene”

 

Un tumore in particolare sarebbe quello cui, in alcune analisi epidemiologiche, il glifosato è stato associato: il linfoma non-Hodgkin. Il rischio varrebbe in particolar modo per chi è esposto al glifosato nell’attività lavorativa, vale a dire soprattutto gli agricoltori. Secondo gli esperti dello IARC, anche studi su animali e su cellule evidenzierebbero un’azione mutagenica, vale a dire che induce mutazioni, e quindi potenzialmente cancerogena.

 

Il parere dello IARC ha fatto innalzare la percezione della pericolosità del glifosato, ed è l’argomento principale su cui fanno leva quanti vogliono il bando. Per capire meglio è però necessaria una precisazione: al gruppo delle sostanze “probabilmente cancerogene” (il gruppo 2A in base alla classificazione dello IARC) in cui si trova il glifosato appartiene anche la carne rossa, alcuni composti chimici utilizzati dai parrucchieri, o le sostanze che si sprigionano dalla frittura ad alte temperature. L’appartenenza a ciascun gruppo indica quanto siano forti le prove che la sostanza in questione sia o no cancerogena, ma non è una misura del rischio concreto nella vita di tutti i giorni.

| Valigia Blu

O è innocuo per la salute?

Ancora nel 2015, a novembre, l’EFSA ha invece pubblicato una nuova valutazione del glifosato nella quale, in contrasto con la conclusione della IARC, affermava che «è improbabile che il glifosato sia genotossico (cioè che danneggi il DNA) o che rappresenti un rischio di indurre cancro per l'uomo».

 

A maggio 2016 e a marzo 2017 altre due agenzie internazionali (il gruppo FAO/OMS sui pesticidi e l’Agenzia europea per le sostanze chimiche, l’ECHA) si sono espresse per la non cancerogenicità della sostanza. E lo stesso hanno fatto nel frattempo agenzie sanitarie di diversi altri paesi: Canada, Australia, Giappone, Nuova Zelanda. L’ECHA ha comunque ribadito la possibilità che il glifosato causi danni agli occhi e sia tossico per flora e fauna negli ambienti acquatici.

 

Come è possibile che ci siano pareri così in contrasto?

La premessa è che le due agenzie (IARC e EFSA) operano con procedure rigorose e stringenti, ma diverse. Inoltre, per legge (Regolamento Europeo 1107/2009), l’onere della prova spetta alle industrie produttrici: sono loro a dover produrre studi e ricerche per dimostrare che la sostanza che vogliono commercializzare non fa male alla salute. Questi studi sono finanziati dall’industria ma vengono svolti in centri di ricerca certificati, e secondo linee guida internazionali. IARC nelle sue valutazioni per classificare le sostanze cancerogene non ha fatto riferimenti a questi studi, ma solo a quelli pubblicati su riviste scientifiche, mentre EFSA deve necessariamente fare riferimento a entrambe.

 

Quindi, la valutazione diversa deriva in parte dal fatto che IARC e EFSA hanno analizzato studi diversi e applicato differenti analisi statistiche. Non solo: mentre le analisi dell’EFSA riguardano la molecola del glifosato in quanto tale, gli studi presi in considerazione dallo IARC riguardano anche i prodotti immessi sul mercato, che contengono in aggiunta altre sostanze. Si tratta perlopiù di vecchie formulazioni, ormai non più molto diffuse sul mercato, in cui alcuni dei cosiddetti coformulanti hanno in effetti dimostrato di avere caratteristiche di mutagenicità. Già nel 2016, l’Italia, attraverso un parere tecnico, ha chiesto di eliminare dal mercato i prodotti con quelle coformulazioni. «Sicuramente - osserva Testai  - è stata comunque sciagurata la scelta di non chiarire queste divergenze in un modo comprensibile per la popolazione».

 

Come si potrebbe essere esposti al glifosato?

Gli agricoltori o i lavoratori che lo utilizzano nella manutenzione del verde hanno l’esposizione più massiccia e diretta. Ma residui di glifosato, come degli altri pesticidi, possono arrivarci attraverso il cibo, sebbene la presenza di residui sia strettamente controllata e regolamentata. In seguito agli usi extra agricoli (la manutenzione del verde), possono inoltre essere contaminate le acque, in particolare quelle superficiali, come indicato dal rapporto dell’ISPRA sui pesticidi nelle acque, in Italia (nel 2014).

 

A che cosa sono dovute le polemiche di pochi giorni fa?

Il rapporto EFSA con cui è stata dichiarata la non cancerogenicità del glifosato, e su cui si dovrebbe basare la decisione dell’Unione europea se rinnovare l’autorizzazione, contiene gli studi prodotti dall’industria, oltre che gli studi di letteratura. La Stampa e il Guardian hanno confrontato il rapporto con i dossier presentati dall’industria sostenendo che intere parti, circa un centinaio di pagine, sono copiate pari pari da documenti della Monsanto.

 

Roberto Giovannini racconta così la vicenda su La Stampa

 

Durante l’intero processo di revisione dell’autorizzazione, gli enti responsabili della valutazione dell’EFSA, come l’Istituto federale tedesco per la valutazione dei rischi (BfR), hanno affermato che la loro opinione è basata esclusivamente sulla propria valutazione obiettiva delle ricerche scientifiche sul glifosato, ma qualcosa non torna. 

Confrontando la richiesta di rinnovo dell’autorizzazione che Monsanto aveva presentato nel maggio 2012 per conto della Glyphosate Task Force, un consorzio di oltre 20 aziende che commercializzano prodotti a base di glifosato in Europa, e la relazione dell’EFSA si nota chiaramente che la realtà è ben diversa. Entrambi i documenti sono accessibili online, ma finora nessuno aveva pensato di esaminarli con più attenzione e confrontarli. 

Le sezioni del rapporto dell’EFSA che riesaminano gli studi pubblicati sul potenziale impatto del glifosato sulla salute umana sono stati copiati, quasi parola per parola, dal dossier presentato da Monsanto. Sono 100 pagine sulle circa 4.300 del rapporto finale, ma si tratta delle sezioni più controverse e al centro dell’aspro dibattito degli ultimi mesi, quelle sulla potenziale genotossicità, la cancerogenicità e la tossicità riproduttiva del glifosato. 

Anche ammettendo che gli studi siano validi, questa vicenda getta ovviamente un’ombra di discredito sul lavoro dell’EFSA e sulla sua indipendenza. La stessa EFSA - il 22 settembre - ha difeso la fondatezza della sua valutazione, sottolineando che le accuse si basavano su un malinteso circa il processo di valutazione tra pari. Rimane però il fatto che la trasparenza in questo delicato processo di revisione non è completa, perché non è possibile consultare il dossier originale dell'industria. 

 

E dunque: è pericoloso o no?

Le parti in causa la vedono in modo molto diverso. La maggior parte degli esperti ritiene che i pericoli per la salute siano remoti, almeno per la popolazione in generale. Il glifosato è però diventato il simbolo dell’agricoltura industriale e del controllo delle grosse aziende sulla filiera agricola. Oltre alle associazioni ambientaliste, che sottolineano i rischi per l'ambiente del glifosato come di altri pesticidi, e che sono contrarie al suo utilizzo, anche chi è a favore di un’agricoltura su scala ridotta è a favore del bando.

 

D’altra parte, bisogna chiedersi quali possono essere le alternative. In agricoltura, invece dei diserbanti classici possono essere utilizzate strategie come la rotazione delle colture, o la falciatura meccanica delle erbe spontanee. Come diserbanti, non ce ne sono al momento che abbiano la stessa efficacia del glifosato.

 

Si può ridurre il rischio?

Anche se il giudizio sulla potenziale pericolosità è incerto, numerosi Paesi hanno da tempo adottato misure precauzionali per ridurre l'uso inappropriato dei prodotti contenenti glifosato. In Italia un decreto del ministero della Salute ha stabilito nell'estate del 2016 che il diserbante non si potrà più usare nelle aree "frequentate dalla popolazione o da gruppi vulnerabili quali parchi, giardini, campi sportivi e zone ricreative, aree gioco per bimbi, cortili e aree verdi interne a complessi scolastici e strutture sanitarie". Un altro decreto del ministero della Salute ha poi stabilito che i prodotti che contengono ammina di sego polietossilata accoppiata al glifosato - una combinazione che secondo il rapporto dell'EFSA potrebbe essere responsabile degli effetti tossici sull'uomo - fossero ritirati dal commercio nel novembre del 2016, e che il loro impiego da parte dell'utilizzatore finale fosse vietato dalla fine di febbraio del 2017.

 

Secondo l'AIRC (l'Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro), da non confondere con l'IARC europeo: 

Il caso del glifosato rappresenta, al momento attuale, un buon esempio di sospetta cancerogenicità non sufficientemente dimostrata, nei confronti della quale le istituzioni hanno deciso di mettere in atto il principio di precauzione: non vietarne del tutto l'uso (mossa che potrebbe avere effetti negativi sulla produzione agricola) ma istituire limiti e controlli nell'attesa di ulteriori studi.

Nota: l'articolo è stato modificato dopo la pubblicazione inziale per precisare meglio la posizione di EFSA e le sue dichiarazioni in seguito all'inchiesta del Guardian.

27 Settembre 2017 | Chiara Palmerini