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L'inattesa serie di violenti cicloni sull'Oceano Indiano

Le tempeste tropicali ad alta intensità sono legate alle temperature insolitamente elevate della superficie dell’Oceano Indiano: che cosa ha prodotto questa situazione?

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I primi mesi del 2019 sono stati un dramma per molti Paesi dell'Africa orientale, con numerosi e potenti cicloni che si sono abbattuti sulle regioni costiere: serie anomale, la cui spiegazione, molto complessa, comprende anche il riscaldamento globale del Pianeta.

All'inizio di marzo di quest’anno il ciclone tropicale Idai ha colpito il Mozambico come mai a memoria d’uomo era successo: stime che non sono mai diventate definitive riportano di oltre 1.000 morti. Dopo Idai, il ciclone Eline, ancor più violento, si è abbattuto sulle coste orientali dell’Africa senza incontrare grandi agglomerati urbani (e facendo perciò meno vittime). E ancora, il 25 aprile, il ciclone Kenneth: un evento di categoria 4 (in una scala che va da 1 a 5) si abbatte tra il Mozambico e la Tanzania: tocca ancora dire che mai a memoria d’uomo un ciclone di tale violenza era arrivato in Tanzania, oltretutto molto tardi per la stagione dei cicloni asiatici, che di solito termina a fine marzo. Non è finita: il 3 maggio scorso il ciclone Fani, un "mostro" di categoria 5, si abbatte sulla costa orientale dell’India.

Perché tutta questa violenza sull’Oceano Indiano?
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Animazione (clicca sull'immagine per avviarla): riprese satellitari del ciclone Kenneth.

La risposta è relativamente semplice: le cause sono da ricercare nelle temperature molto elevate della superficie dell’Oceano.

 

I cicloni, sinonimo di uragani e tifoni, si formano sugli oceani quando grandi aree d’acqua si riscaldano sopra i 26,5 °C: ultimamente, in quell'area del Pianeta, la temperatura di estese regioni d'acqua oceanica di superficie è stata di 30 °C per periodi sempre più lunghi e ravvicinati. E i cicloni trovano in quell'energia termica (la temperatura dell’acqua) la forza e il carburante per scatenarsi.

Perché la superfice oceanica si scalda in questo modo?
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In questo caso la risposta è meno semplice perché si tratta di un insieme di situazioni molto complesse.

 

Da un lato c'è, senza dubbio, il riscaldamento del Pianeta indotto dalle attività umane; dall’altro vi sono fattori naturali importanti, quali l’Indian Ocean Dipole, chiamato anche El Niño Indiano, un’oscillazione irregolare delle temperature della superficie del mare, in virtù del quale l’Oceano Indiano occidentale diventa alternativamente più caldo e più freddo della parte orientale dell’oceano.

 

A ciò si aggiunge l’energia lasciata in eredità dal "vero" El Niño (El Niño-Southern Oscillation, ENSO), dal Southern Anular Mode (il movimento nord-sud della fascia di venti occidentali che circondano l’Antartide e che interessano la latitudini medio-alte dell’emisfero meridionale del Pianeta) e, non ultimo, dall’Oscillazione di Madden-Julian (MJO), una variabilità atmosferica della fascia equatoriale che determina precipitazioni anomale anche sopra l’Oceano Indiano.

 

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Ciò che resta dopo il passaggio di un uragano sulle coste dell'Africa (nella foto: il Mozambico dopo il ciclone Idai).

 

Variazioni climatiche, sia indotte sia naturali, stanno dunque colpendo regioni che, a differenza di quelle degli Stati Uniti, non hanno grandi risorse né una "protezione civile" capace di intervenire in modo efficace con piani di evuacuazione preventiva, anche se molto si è fatto negli ultimi anni, come dimostrano le buone contromisure prese in India per l'arrivo del ciclone Fani. In ogni caso, in genere le vittime di questi eventi si contano ancora a migliaia, e le caratteristiche delle regioni più esposte non aiutano: le coste del Mozambico, per fare un esempio, sono piatte e uniformi... Dopo l'uragano, l’acqua ristagna a lungo, con una serie di conseguenze non indifferenti per la popolazione.

 

17 Maggio 2019 | Luigi Bignami