Il batterio che digerisce pepite d'oro

Un microrganismo che sopravvive in ambienti a elevata concentrazione di metalli pesanti ha un ruolo fondamentale nel ciclo di trasformazione dell'oro.

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È anche il prodotto di una complessa "digestione".|Shutterstock

L'oro, così come molti altri elementi terrestri, viene continuamente elaborato e trasformato in un ciclo di reazioni che lo vedono disciogliersi dai minerali a cui è legato, dissolversi nel suolo, nei sedimenti e nelle vie fluviali grazie agli agenti atmosferici, per poi concentrarsi in nuovi depositi.

 

In questi processi, i batteri giocano un ruolo fondamentale: alcuni sono dei veri esperti nella purificazione del metallo. Uno di questi è il Cupriavidus metallidurans, che riesce - sorprendentemente - a sopravvivere nei composti tossici che gli ioni di oro formano nel terreno. Non solo, riesce anche a ingerirli e a evacuare, come risultato, minuscole pepite di oro puro concentrato.

Stomaco di ferro. Il suo nobile processo escretore era noto dal 2009, ma ora è stato possibile studiare come il microrganismo riesca a non finire intossicato nel corso della digestione. Secondo i microbiologi della Martin Luther University Halle-Wittenberg (Germania), che lo hanno studiato da vicino, il batterio vive in terreni ricchi di idrogeno e metalli tossici, nei quali la competizione con altri microbi è ridotta al minimo. Per sopravvivere agli ioni di oro e a quelli di rame, altamente presenti nel suo habitat, mette in gioco una speciale coppia di enzimi.

 

Doppia protezione. Il primo, chiamato CupA, fa sì che gli ioni di rame non penetrino nelle sue cellule, dove sarebbero letali. Il secondo, il CopA, converte le due sostanze in forme meno facilmente assorbibili dalle cellule. I due lavorano in tandem: il CopA rende meno tossici i metalli, il CupA si sbarazza del rame. L'oro, invece, viene ridotto in nanoparticelle che si concentrano sulla superficie esterna del batterio.

 

Di nuovo disponibile. Il processo favorirebbe la concentrazione di oro in forma di pepite, senza apparenti danni per il microscopico organismo. La scoperta potrebbe in futuro servire a separare il prezioso metallo da minerali che ne contengono soltanto piccole quantità.

 

06 Febbraio 2018 | Elisabetta Intini