Scienze

Le impronte fossili che potrebbero cambiare la storia dell'evoluzione umana

Se le impronte fossili scoperte a Creta, datate a 5,7 milioni di anni fa, appartenessero a ominidi dovremmo rivedere la storia dell'evoluzione umana.

Lo studio sulle impronte fossili scoperte sull'isola di Creta, pubblicato su Proceedings of the Geologists' Association, potrebbe portare a una revisione delle teorie che identificano nella Rift Valley (Africa orientale) la culla dell’umanità.

Le impronte sono state ritrovate da un team di ricercatori europei a Trachilos, sull'isola di Creta. Si tratta di una serie di 29 orme attribuibili a qualcuno che camminava in posizione eretta. Le impronte hanno una dimensione compresa tra i 94 e i 223 millimetri (10-20 cm) e hanno una forma molto simile a quella degli antenati della nostra specie. La sorpresa è arrivata con la datazione.

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Un dettaglio delle impronte rinvenute a Trachilos (Creta). © Andrzej Boczarowski

La datazione. «Ciò che rende controversa l'interpretazione sono l'età stimata e il luogo di ritrovamento», afferma Per Ahlberg, paleontologo dell'Università di Uppsala (Svezia), che in una frase esprime i dubbi della comunità scientifica.

Le impronte sono state datate studiando la presenza nel terreno di particolari microrganismi marini (i foraminiferi, una classe di protozoi) fossilizzati e la struttura dei sedimenti rocciosi. I minerali che compongono i gusci dei protozoi consentono loro di fossilizzare facilmente nelle rocce sedimentarie di origine marina: ecco perché i fossili di foraminiferi sono considerati un buon indicatore dell'età dei ritrovamenti.

Questa tecnica ha portato a una prima datazione tra 8,5 e 3,5 milioni di anni fa. È stato però considerato anche un altro evento: sul finire del Miocene, circa 5,6 milioni di anni fa, il Mediterraneo si prosciugò (regressione marina). Un evento che ha lasciato chiare tracce nei sedimenti, e in ultima analisi di stimare in 5,7 milioni di anni l'età delle impronte.

Chi altri? Se a lasciare quelle impronte non fosse stata una specie appartenente alla nostra linea evolutiva, chi potrebbe essere stato? I ricercatori si interrogano sulle possibili interpretazioni dei risultati raccolti. Il piede umano presenta caratteristiche pressoché uniche: l'alluce è poco mobile, la superficie plantare è piatta e le prime due dita sono più lunghe delle altre.

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L’albero degli Hominini è molto fitto di ramificazioni (clicca sull'immagine per ingrandirla). Nel genere Homo, l’ultimo arrivo è l'H. naledi. Tra gli australopitechi c’è Lucy (A. afarensis): per alcuni studiosi uno di loro ha portato a Homo, per altri sono solo un ramo laterale con antenati comuni. I Paranthropus, noti anche come australopitecine robuste, erano bipedi, con denti e mandibole robuste. Il genere Pan (scimpanzé) si sarebbe separato dalla linea che ha portato a Homo attorno a 6,3-5,4 milioni di anni fa, secondo una stima genetica. Gli Ardipithecus sono infine le forme più ancestrali, bipedi sul terreno e con piccolo cranio (300-350 cm cubi) e il Sahelanthropus potrebbe essere un antenato di uomini e scimpanzé, secondo alcuni.

Queste e altre "unicità" della camminata in posizione eretta hanno fatto sì che sì che si possa utilizzare proprio la forma del piede per classificare gli ominidi.

Per le impronte ritrovate a Creta i ricercatori non possono però escludere altre ipotesi. Ad esempio, è possibile che l'anatomia del piede umano possa essersi evoluta anche in altri primati - finora sconosciuti - poi estinti. Si tratterebbe di un caso di convergenza evolutiva. In pratica, specie diverse sviluppano, indipendentemente, caratteri morfologici che li rendono simili.

Lo studio sulle orme di Trachilos non è dunque conclusivo: bisognerà attendere nuove analisi e, anche, sperare in altri ritrovamenti prima di poter mettere al suo giusto posto questo nuovo mistero dell'evoluzione.

5 settembre 2017 Andrea Rubin
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