Le tempeste solari e gli spiaggiamenti di cetacei

Una intensa attività solare potrebbe compromettere la bussola biologica di balene e delfini, spingendoli pericolosamente vicino alla costa? Il mistero allo studio della Nasa.

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Perdite per ora inspiegabili. | Angelo Gandolfi/Nature Picture Library/contrasto

Periodicamente cetacei perfettamente sani finiscono spiaggiati in aree costiere, dove muoiono prima di poter essere salvati. È uno dei misteri che interessano i biologi marini di tutto il mondo: che cosa causa la loro deriva? Può essere che le tempeste solari, che alterano il campo magnetico terrestre, mandino fuori uso la bussola interna di balene, delfini e focene?

 

Antti Pulkkinen, uno scienziato della Nasa esperto di attività solare e dei suoi effetti sulla Terra, ha deciso di affrontare per la prima volta in modo sistematico questo tema. Si è più volte speculato se tra i due fenomeni possa esserci almeno una correlazione (un legame non necessariamente di causa-effetto), ma mai prima d'ora ci si era dedicati a un'analisi sistematica dei dati a disposizione.

 

A caccia di risposte. Collaborando con due organizzazioni statunitensi, il Bureau of Ocean Energy Management (BOEM) e l'International Fund for Animal Welfare (IFAW), lo scienziato è riuscito ad aver accesso ai dati statisticamente più significativi, quelli relativi agli eventi in cui finiscono spiaggiati, sulla stessa costa, centinaia di cetacei per volta.

 

La geografia delle spiagge e il tipo di sedimenti di cui sono fatte influenzano in parte la possibilità di spiaggiamento: questi fenomeni avvengono molto spesso, per esempio, in Nuova Zelanda, Australia e Massachusetts, dove le coste degradano dolcemente in grani di sabbia fine.

 

Un'ipotesi sensata. Eventi meteo come le tempeste, l'attività umana (sonar, pesca) e le maree potrebbero giocare la loro parte, ma se le gigantesche bolle di plasma eruttate dalla corona solare disturbano satelliti e apparecchiature terrestri, si può ragionevolmente ipotizzare che possano incidere anche sull'orientamento dei grandi mammiferi marini.

 

Lo studio potrebbe essere completato entro la fine di settembre e poi pubblicato su una rivista scientifica. Se Pulkkinen trovasse anche solo una semplice correlazione, potrebbe essere abbastanza, per esempio, per prevedere i tempi dei prossimi brillamenti e muoversi in anticipo, salvando un numero maggiore di animali spiaggiati.

 

4 febbraio 2017 | Elisabetta Intini