Le dita raggrinzite non servono a nulla

Le rughe che si formano sulla pelle delle mani dopo essere stati a mollo nell'acqua non migliorano la presa degli oggetti e non sono un adattamento evolutivo (come suggerito da precedenti ricerche).

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Una mano immersa nell'acqua: entro mezz'ora si riempirà di piccole grinze. Ma è tutto normale, l'evoluzione non c'entra. Photo: © WALTER ZERLA/Corbis

Non cercate scuse, è ora di uscire dall'acqua: dopo un bagno di due ore non sarete più abili nell'afferrare gli oggetti, anche se le vostre mani sono piene di grinze. Una curiosa ricerca uscita proprio un anno fa suggeriva, infatti, che le rughe che si formano sulla pelle delle mani trascorrendo molto tempo a mollo servissero a migliorare la presa nell'acqua.

Ora una ricerca più ampia e dettagliata smentisce quei risultati: le mani avvizzite non servono a nulla (se non a indicarci che è il momento di asciugarsi).

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Un gruppo di ricerca tedesco ha chiesto a 40 volontari - alcuni con le mani asciutte, altri con le mani bagnate e grinzose - di afferrare 52 oggetti diversi e di diverse dimensioni (palline di gomma, pesetti, biglie di vetro grandi e piccole) con il pollice e l'indice, e di far passare ogni oggetto in un foro di 5 centimetri per lato posizionato ad altezze differenti sopra a un tavolo.


I soggetti con le mani rugose non hanno completato il compito meglio o più velocemente degli altri. E i due test successivi, studiati per valutare la sensibilità della pelle e dei nervi sottostanti hanno confermato che le dita raggrinzite dall'acqua non erano più o meno sensibili di quelle asciutte.


Lo studio, più esteso e completo (come numero di soggetti e di oggetti ad essi sottoposti) smentisce che le grinze che si formano sulla pelle bagnata costituiscano un vantaggio evolutivo per migliorare la nostra manualità e le capacità di "grasping" (l'afferrare gli oggetti). Si tratterebbe semplicemente di un effetto collaterale dell'esposizione all'umidità dettato dalle caratteristiche dello stato più esterno della pelle (per approfondire).

Nonostante il rigore e l'esaustività la ricerca è subito apparsa - vai a sapere perché - sugli Annali delle Ricerche Improbabili, gli stessi da cui sono tratti gli studi che vincono gli IgNobel.

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15 Gennaio 2014 | Elisabetta Intini