Scienze

La scienza di Arrival, ovvero: come parlare con gli alieni

La lingua che parliamo influenza il nostro modo di pensare. Ecco perché imparare un linguaggio alieno potrebbe avere conseguenze imprevedibili.

Se vi trovaste a dover difendere la Terra da un'invasione aliena, chi fareste scendere in campo per primo? Un supereroe alla Will Smith dotato della più potente arma mai concepita o una studiosa di lingue?

In Arrival, il film di Denis Villeneuve presentato all'ultimo Festival di Venezia, il mondo sceglie la via del dialogo e manda incontro agli indesiderati ospiti la linguista Louise Banks (Amy Adams).

Attenzione: questa notizia contiene alcune (poche) anticipazioni sul film Arrival, in uscita in sala il 19 gennaio.

Il suo compito sarà quello di riuscire a comunicare con gli extraterrestri per capire quali sono le loro reali intenzioni. La faccenda è tutt'altro che semplice, perché in Arrival gli alieni comunicano con versi simili a quelli di Chewbecca (Star Wars) e per mezzo di una strana scrittura circolare assolutamente indecifrabile e somigliante ai cerchi lasciati da una tazzina di caffè.

Uno straordinario esempio di fallimento nella comunicazione: Il pianeta del silenzio (Fiasko, 1986), un romanzo di fantascienza dello scrittore polacco Stanisław Lem. È la storia di un catastrofico fiasco (appunto) nel tentativo di comprensione tra umani e alieni, tema già affrontato da Lem anche in Solaris (1961).

Parla come pensi. La cosa interessante è che la trama del film di Villeneuve si posa su solide basi scientifiche: l'idea di fondo è che la scrittura circolare degli extraterrestri possa rispecchiare anche la loro concezione del tempo.
 
Mentre per le culture occidentali la scrittura e lo scorrere del tempo procedono infatti linearmente da sinistra a destra, per gli alieni potrebbe non essere così. Un po' come accade per i cinesi, che leggono dall'alto verso il basso e raffigurano allo stesso modo il susseguirsi delle ore e dei giorni.
 
Teoria e pratica. L'idea che una lingua possa influenzare il modo di pensare e di percepire la realtà è stata teorizzata all'inizio del secolo scorso dai linguisti Edward Sapir e Benjamin Whorf.
 
L'ipotesi è sempre stata controversa, anche se oggi abbiamo diverse evidenze che sembrano confermarla. Nella lingua russa, per esempio, esistono due diverse parole per indicare due sfumature del blu, mentre in inglese ce n'è solo una: uno studio del 2007 pubblicato su PNAS mostra come chi parla russo sia molto più veloce nell'individuare le due diverse tinte rispetto a chi parla inglese.

Sembra insomma che suoni e parole riescano a far lavorare meglio alcune parti del cervello.

Qualcosa di analogo accade per il cercopiteco nasobianco (Cercopithecus nictitans), un primate che vive in Africa centrale e occidentale, che utilizza due diversi suoni, pyow e hack, per indicare rispettivamente l'arrivo di un leopardo o di un aquila. Ma, se usate insieme, le due vocalizzazioni sembrano invece significare "andiamo avanti tutti insieme".

La Pioneer Plaque. © Nasa - Carl Sagan, Francis Drake

Nel film la Banks tenta di imparare la lingua dei visitatori senza avere un terreno comune di comunicazione. Tutto questo provocherà profondi cambiamenti nel suo cervello e nel suo modo di pensare, e avranno conseguenze paradossali.

Prove di dialogo. Che cosa ne pensano gli scienziati? Come potremmo iniziare a comunicare con una civiltà veramente aliena, che magari basa la sua percezione della realtà su sensi diversi dai nostri?

All'inizio degli anni '70 furono spedite nel cosmo le sonde Pioneer 10 e Pioneer 11 con a bordo un messaggio inciso su di una placca in alluminio (Pioneer Plaque), più semplice di quello che sarebbe poi stato affidato alle Voyager 1 e 2, studiato per essere comprensibile a eventuali extraterrestri che le intercettassero. Il messaggio è costituito dal disegno di un uomo e di una donna, da un riferimento all'atomo di idrogeno e da una sorta di mappa che dovrebbe mostrare la nostra posizione nella Galassia.

Uno studio recente ha però messo in evidenza che il messaggio, utilizzato in diversi test, non è stato interpretato correttamente nella sua interezza neppure dagli studenti dei nostri giorni. Secondo Carl de Vito (dip. di matematica dell'Arizona University) un buon linguaggio universale potrebbe essere quello dei numeri: prima i numeri naturali, poi concetti più complessi come le somme o addirittura la musica.

Meglio soli. Non tutti però sono d'accordo: iniziare un dialogo con una civiltà di cui non conosciamo nulla potrebbe essere rischioso. La pensano così Elon Musk, e anche Stephen Hawking, che continua comunque a sostenere l'importanza della ricerca dei nostri vicini spaziali.

Proprio Hawking, insieme a Mark Zuckerberg (Facebook), sta sostenendo il progetto del milionario Yuri Miller, che ha offerto un finanziamento di 100 milioni di dollari per la progettazione di microastronavi di pochi grammi in grado di viaggiare nello Spazio al 20% della velocità della luce.

Equipaggiate con sensori e microcamere, queste sonde, nel giro di 20 anni, potrebbero raggiugere Proxima Centauri, la stella a noi più vicina, e inviarci le immagini dei pianeti che le orbitano attorno. Un progetto affascinante, che però le tecnologie di oggi non rendono ancora realizzabile.

19 gennaio 2017 Rebecca Mantovani
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