La chimica del dopo sbronza

I postumi della sbornia? La Scienza non sa vincerli. O non vuole.

h_25
|

Doposbronza? Purtroppo la lingua italiana non possiede un termine più preciso di questo. Tipo l’inglese hangover (“qualcosa che incombe”) o il francese gueule de bois (“bocca di legno”), che chiariscono subito come ci si sente dopo, se prima si è bevuto troppo alcol. Testa che pulsa, sete violenta, nausea, corpo gelatinoso. E un solo desiderio: «Datemi qualcosa per star meglio».

 

In questo campo gli uomini le hanno provate tutte. Plinio il Vecchio nel I secolo d. C. suggeriva di ingurgitare un paio di uova crude di gufo. I gaudenti medievali ingerivano anguille a pezzi guarnite con mandorle amare. Gli attori di Hollywood negli anni Cinquanta semplicemente ricominciavano a bere alcol. E ancor oggi sopravvivono collaudati rimedi del mattino dopo, come il Bloody Mary (cocktail a base di vodka e succo di pomodoro), cibi fritti, tè molto zuccherati o caffè amari. Ma esiste, dopo tanti secoli di prove ed errori, una cura scientifica, clinicamente testata e infallibile per il doposbronza? Per mancanza di volontà e finanziamenti, si è ben lontani dall’aver trovato la ricetta definitiva.

 

Sbornie sperimentali. Per cominciare, nessuno dei distillatori, vinificatori o birrai sta sviluppando rimedi per il doposbronza. Vogliono, sembrerebbe, evitare l’accusa di promuovere l’alcolismo mascherandone i sintomi più sgradevoli. Le sbronze sono un buon deterrente. Anche i comitati etici degli istituti di ricerca sono responsabili di questo vuoto sperimentale: difficilmente incoraggiano ricerche che faciliterebbero l’alcolismo.

 

Le pubblicazioni sul doposbronza sono poche e frammentarie, e quelle che esistono parlano soprattutto dell’effetto dell’alcol sulle capacità motorie. Ragioni etiche e fondati timori sui guasti dell’alcol frenano dunque il cammino di un rimedio antisbornia. Ciò non toglie che la chimica del doposbronza possa tornare utile a chi soffre dopo aver alzato troppo il gomito.

 

Scaricato dai polmoni. Il destino metabolico dell’alcol ingerito, va detto, è ben noto. L’etanolo, questo il suo nome scientifico, filtra in tutto il corpo, una volta entrato nel circolo sanguigno attraverso il tubo digerente. Respiriamo fuori l’alcol che arriva ai polmoni ed eliminiamo con le urine quello che termina ai reni.

 

Nausea alla giapponese. La maggior parte, però, giunge al fegato. Qui, nelle cellule dette epatociti, si mettono all’opera gli enzimi. Il primo è l’alcol deidrogenase, che converte l’etanolo in una sostanza più velenosa chiamata acetaldeide. Per fortuna, prima che possa fare troppi danni, un secondo enzima (l’aldeide deidrogenase) converte l’acetaldeide in acido acetico, relativamente innocuo. Quest’ultimo finisce nella vescica e viene quindi eliminato.

 

Alcuni ricercatori ritengono che i postumi della sbronza (specialmente nausea e mal di testa) siano provocati dall’acetaldeide in attesa di diventare acido acetico. La teoria ha senso: c’è una sostanza medicinale, chiamata Disulfiram o Antabuse, che blocca l’aldeide deidrogenase e provoca un accumulo di acetaldeide fin dal primo bicchiere di vino. Effetto? Mal di testa, vomito e nausea così orribili da spingere alla sobrietà anche il più sfegatato dei beoni. Un altro indizio di colpevolezza dell’acetaldeide arriva dal Giappone. Lì, metà della popolazione porta un gene difettoso per l’aldeide deidrogenase e, dopo troppa birra o sakè, soffre delle nausee e dei mal di testa in genere riservati agli alcolisti trattati con Disulfiram.

 

Meglio la vodka? Wayne Jones, specialista di alcol al Laboratorio nazionale di tossicologia forense di Linköping (Svezia), scagiona invece l’etanolo e i suoi sottoprodotti, e contemporaneamente spiega perché bere altro alcol allevia i postumi della sbronza. Secondo Jones il vero colpevole è il metanolo, e non l’etanolo. Il metanolo si trova in tutte le bevande alcoliche: i vini più scuri e i liquori come cognac, brandy di frutta e whisky ne contengono di più, a volte fino al 2 per cento del volume. Distillati come la vodka ne contengono meno. Nel 1987 Jones e i suoi colleghi dimostrarono che alcuni volontari cominciavano a soffrire i sintomi del doposbronza ben dopo che l’etanolo e i suoi sottoprodotti erano stati eliminati. La gravità dei postumi dipendeva da quanto metanolo c’era nelle bevande.

 

Alcol antinausea. Jones ha dimostrato che gli enzimi alcol deidrogenase e aldeide deidrogenase funzionano sia con l’etanolo sia con il metanolo, ma che sono molto meno efficienti nell’eliminare il metanolo. Mentre trasformano piuttosto in fretta l’etanolo in acido acetico, ci mettono dieci volte più tempo a degradare il metanolo in una sostanza, l’acido formico, che tra l’altro è molto velenosa e può provocare i postumi della sbornia. Continuare a bere all’indomani di una sbronza, aggiunge Jones, costringe l’organismo a occuparsi ancora dell’etanolo (compito prioritario degli enzimi) e rallenta l’eliminazione del metanolo, che viene spezzato in tempi più lunghi, per cui i postumi si alleviano. Secondo il ricercatore, lo stesso effetto (rallentare il metabolismo del metanolo) si ottiene con il 4- metil pirazolo. Nel 1993 Thomas Gilg, chimico all’università di Monaco, in un esperimento isolato prese del 4-metil pirazolo bevendoci sopra grandi quantità di brandy di prugna, e riuscì a scampare a nausea e mal di testa. Una strategia del genere può ridurre i sintomi nell'immediato, ma la verità è che aggrava la situazione generale.

 

Le uova di Plinio. Un antisbronza oggi sul mercato è invece la N-acetil-cisteina (Nac), supplemento di amminoacidi disponibile in erboristeria. Come funziona? Gli enzimi che distruggono l’etanolo hanno bisogno di due “aiutanti”. Uno di questi, il glutatione, utile per eliminare i radicali liberi che possono provocare nausea e si producono quando il fegato spezza etanolo e metanolo. Il glutatione è presente nel corpo in quantità limitate, e la Nac consente di rifornire le scorte della sua principale componente, la cisteina (Plinio, apparentemente, sapeva quello che diceva: le uova sono ricche di cisteina).

 

Siccità in testa. Ma la causa più probabile del doposbronza è una disidratazione devastante. Quando l’alcol arriva alla glandola pituitaria, posta alla base del cervello, blocca la produzione di vasopressina, ormone antidiuretico. Quest’ultimo, in situazione normale, mantiene l’equilibrio idrico del corpo ordinando ai reni di riassorbire acqua dalle urine. Senza vasopressina si comincia invece a eliminare (attraverso la pipì) più acqua di quanta se ne assorba. L’organismo reagisce mettendo in circolo tutta quella che trova, prendendola anche a prestito dal cervello, che di conseguenza si restringe. Sono probabilmente i recettori della dura madre (membrana che avvolge il cervello e che si deforma anch’essa) a provocare il mal di testa. In questo caso, analgesici come l’ibuprofen possono aiutare. Ma la Fda (l’ente di controllo Usa) ha il dubbio che associati a grosse quantità di alcol aumentino la possibilità di danni al fegato. Si giustifica così il vecchio rimedio, quello di bere molta acqua prima di addormentarsi (ricostituisce le scorte e lava via l’alcol dal cervello).

 

Il corpo è gelatinoso. L’alcol ha anche un ultimo effetto sgradito: spezza il glicogeno (sostanza che immagazzina gli zuccheri nel fegato), che viene trasformato in glucosio ed eliminato con la pipì. Risultato, carenza di zuccheri e la debolezza tipica del doposbronza. Alla quale si può rimediare consumando zucchero extra, anche se ciò non ha effetto su altri sintomi dell’ubriacatura. Come si vede, non esiste una ricetta unica e sicura contro i postumi della sbornia. In sua assenza, Calder suggerisce, prima e durante una maratona alcolica, di mangiare molto, di bere molta acqua prima di andare a letto, e farsi un tè zuccherato il mattino dopo. Ma questo forse lo sapevate già.

 

4 giugno 2016