La baby isola laboratorio naturale per studiare Marte

Una neonata isola vulcanica nell'Oceano Pacifico ha tutte le caratteristiche che servono per cercare tracce di vita su Marte.

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Una nuova isola emersa nell'Oceano Pacifico è diventata un laboratorio per cercare la vita su Marte.

L'isola vulcanica il cui nome completo è per noi quasi uno scioglilingua, Hunga Tonga Ha'apai Hunga, è emersa dall’Oceano Pacifico nel 2015 e, da allora, la sua forma è stata costantemente modificata dal materiale espulso dal vulcano e dall'erosione del mare. L'attenzione di geologi e planetologi per questa piccola isola è altissima: la sua struttura è considerata molto simile a quella di isole che probabilmente emersero dall'acqua di Marte, quando il Pianeta Rosso era ricoperto da laghi e mari.

 

Questo, dicono i ricercatori, è estremamente interessante, in quanto ovunque vi siano processi vulcanici sottomarini, quasi sempre vi sono anche condizioni che sostengono comunità microbiche.

 

I paleomari marziani. È per questo che Hunga Tonga è diventata un laboratorio unico per aiutare gli scienziati a capire come si sono evolute (o come potrebbero essersi evolute) le condizioni geologiche su Marte e come potrebbero avere creato le condizioni giuste per  sostenere la vita, seppure molto semplice.

 

Elaborazione 3D del vulcano Hunga. | NASA/JPL/U. ARIZONA

 

Durante il 2017 Fall Meeting of the American Geophysical Union (New Orleans, Louisiana) Jim Gavin, scienziato del Goddard Space Flight Center della Nasa, ha così spiegato l’interesse per Hunga Tonga: «Questa struttura geologica potrebbe aiutarci a ricostruire le storie che interessarono Marte quando aveva acqua, e potrebbe dare indicazioni sulla profondità e sulla longevità dei paleomari marziani».

 

Come l’isola di Surtsey. L'isola è "uscita" dalla cima del vulcano Hunga, alto circa 1.300 metri ma quasi del tutto sommerso, in prossimità dell'arcipelago di Tonga.

 

Poco prima dell'inizio dell'eruzione del 2015 il vulcano emergeva solo con due piccole isole: adesso, con questa terza isola, ricopre un'area di circa 200 ettari (2 km quadrati). L'eruzione che ha originato l'isola ha dato vita a un'esplosione di tipo surtseyan, nome che deriva dall'isola di Surtsey, nel nord Atlantico al largo dell'Islanda, che fuoriuscì dal mare tra il 1963 e il 1967. Durante questo tipo di eruzioni il magma fuso, entrando in contatto con l'acqua di mare (fredda) provoca esplosioni violente di frammenti di cenere e roccia.

 

PLEIADI CNES 2015
Prima dell'eruzione del 2015 nella stessa area c'erano due piccole isole prodotte da precedenti eruzioni del vulcano.

Il materiale si raccoglie sulla superficie dell'oceano a formare strutture di tufo che, nel caso di Hunga Tonga, hanno uno spessore di oltre 100 metri. I ricercatori sanno che isole di questo genere sono facilmente erodibili e che potrebbero essere facilmente "smantellate" dall'azione del mare o da violente tempeste. Il processo di demolizione e sfaldamento può richiedere diversi decenni e i geologi intendono seguire l'evoluzione della struttura grazie a immagini ad alta risoluzione prese da satelliti. Hunga Tonga è infatti la prima isola, nella moderna era spaziale, a formarsi in tal modo senza "sparire" prima che sia possibile studiarla.

 

Confronti. Ciò che vogliono fare i ricercatori è seguire giorno dopo giorno l'evoluzione dell'isola e, tra qualche anno o qualche decennio, confrontare ciò che rimane con analoghe strutture presenti su Marte, che a quel punto potrebbero rivelare quanto profondi erano gli oceani e quanto intense le maree e le onde.

 

Stando alle prime proiezioni i geologi ipotizzano che Hunga Tonga potrebbe "vivere" tra i 6 e i 30 anni, un periodo sufficiente per verificare come comunità microbiche che generalmente vivono in prossimità di corpi vulcanici riescano a colonizzarla. Poiché si è capito che su Marte sono esistiti sistemi idrotermali legati ad attività vulcaniche, il confronto tra quest'isola e quanto si osserva sul Pianeta Rosso potrebbe essere molto importante per trovare quelle che vengono chiamate "biosignature preservation potential", ossia testimonianze di luoghi ove era possibile la vita. E proprio in uno di questi scenderà un rover della Nasa nel 2020.

 

 

13 Dicembre 2017 | Luigi Bignami