Scienze

L'Aquila, sei anni di carcere per gli scienziati della Commissione Grandi Rischi

Una storica sentenza del tribunale abruzzese condanna per omicidio colposo gli esperti che rassicurarono la popolazione a 6 giorni dal sisma. Le reazioni della comunità scientifica e degli aquilani.

Sono passate poche ore da quando il Tribunale dell'Aquila, nella persona del giudice Marco Billi, ha condannato i sei membri della Commissione Grandi rischi in carica nel 2009 e il vice direttore della protezione civile, Bernardo De Bernardinis, a sei anni di carcere per aver rassicurato gli aquilani, a una settimana dal sisma, sull'improbabilità dell'arrivo di un terremoto imminente.
Ma la decisione ha già sollevato un fiorire di reazioni all'interno della comunità scientifica, che fa quadrato intorno agli imputati, tutti autorevoli ricercatori apprezzati dal mondo accademico internazionale.
Senza voler in questa sede entrare nel merito della sentenza, un compito che spetta a chi di competenza, cerchiamo di capire meglio che cosa è successo.

Preoccupato da uno sciame sismico che durava da circa sei mesi, il 31 marzo 2009 il Sindaco dell'Aquila sollecitò una riunione della Commissione Grandi Rischi, un organo di consulenza della Presidenza del Consiglio dei Ministri, per dare una risposta alle preoccupazioni dei suoi concittadini.
La Commissione Grandi Rischi, si legge sul suo sito, "è la struttura di collegamento tra il Servizio Nazionale della Protezione Civile e la comunità scientifica. La sua funzione principale è fornire pareri di carattere tecnico-scientifico su quesiti del Capo Dipartimento e dare indicazioni su come migliorare la capacita di valutazione, previsione e prevenzione dei diversi rischi". Dalla riunione e conferenza stampa emerse un quadro rassicurante, e fu detto che non vi era alcun motivo per cui una sequenza di scosse di bassa magnitudo potesse essere considerata precursore di un forte evento (il verbale integrale di quella riunione a questo link). Sei giorni dopo, il 6 aprile 2009, una scossa di magnitudo momento di 6,3 Mw (5,9 della scala Richter) distrusse la città e uccise 308 persone.

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Il numero 6 ricorre spesso, in questa drammatica vicenda. Sei i giorni in cui i cittadini, rassicurati, rimasero nelle loro case, il 6 (di aprile) la data del sisma, 6 gli anni di carcere, più l'interdizione perpetua ai pubblici uffici e 7,8 milioni di euro di risarcimento alle vittime, a cui sono stati condannati i maggiori esperti di terremoti in Italia: Franco Barberi, presidente vicario della commissione; Enzo Boschi, geofisico allora presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia; Mauro Dolce, direttore dell'ufficio rischio sismico di Protezione Civile; Bernardo De Bernardinis, ex vice capo del settore tecnico del dipartimento di Protezione Civile; Giulio Selvaggi, direttore del Centro nazionale terremoti; Claudio Eva, ordinario di fisica terrestre all’Università di Genova; Gianmichele Calvi, direttore di Eucentre e responsabile del progetto Case.
L'accusa aveva chiesto 4 anni, la difesa l'assoluzione completa. Il tribunale è stato più severo e ha pronunciato «una condanna durissima, e ciò che preoccupa sono le conseguenze che tale pronunciamento potrà avere» come ha commentato al Sole 24 Ore il direttore dell'Istituto di geoingegneria del Cnr, Paolo Messina.

L'INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), si legge in una nota, «esprime tutto il suo rammarico e la sua preoccupazione per la sentenza. Il nostro pensiero va ancora una volta alle vittime del terremoto e ai loro parenti [...].
Ma è importante considerare che la sentenza costituisce un precedente, in grado di condizionare in modo determinante il rapporto tra esperti scientifici e decisori, non solo nel nostro Paese. La sentenza di condanna di L'Aquila rischia, infatti, di compromettere il diritto/dovere degli scienziati di partecipare al dialogo pubblico tramite la comunicazione dei risultati delle proprie ricerche al di fuori delle sedi scientifiche, nel timore di subire una condanna penale».

«
Quale scienziato - si chiedono gli esperti - vorrà esprimere la propria opinione sapendo di poter finire in carcere?». Tanto più che «allo stato attuale è impossibile prevedere in maniera deterministica un terremoto» (Scopri perché i terremoti non si possono prevedere).

«Nel caso specifico de L'Aquila - scrive il geologo Mario Tozzi sulla Stampa - nessuna previsione puntuale era stata fatta e qualcosa si era detto solo a proposito di Sulmona che, peraltro, non subì alcun sisma. La ragione è presto detta: i terremoti non sono ancora prevedibili, nonostante tutti gli sforzi dei ricercatori, e solo se dovessero concorrere fenomeni eclatanti si potrebbe, a ragione, allertare o evacuare. Per intenderci, tremori continui per giorni, rilascio di gas dal sottosuolo, gonfiori o avvallamenti del terreno, frane, sorgenti che si intorbidano e pozzi che si seccano. Questo quadro non era presente nell'Abruzzo del marzo 2009. Che si doveva fare: sgomberare l’intera regione? E quante volte l'anno lo si dovrebbe fare lungo la dorsale appenninica?».

«Condannare la scienza - commenta l'INGV - significa lasciare il campo libero a predicatori che millantano di sapere prevedere i terremoti, rinunciando di fatto al contributo di autorevoli scienziati». Anche se il giudice Billi ha precisato che non è la Scienza ad essere sotto accusa, ma la comunicazione del rischio associato alle catastrofi naturali.

In altre parole gli scienziati non sarebbero stati condannati per non aver saputo prevedere il terremoto ma per le reazioni eccessivamente ottimistiche suscitate negli aquilani dalle loro parole. I parenti delle vittime e le autorità abruzzesi hanno accolto con sollievo la sentenza, che comunque non lenisce il dolore per la perdita dei propri cari.

Un terremoto non si può prevedere. L'unica cosa che si può fare - e che non fu fatta, nel caso dell'Aquila - è prevenirne gli effetti devastanti: la sentenza, conclude sarcasticamente Tozzi «ci dice che è inutile fare prevenzione, costruire meglio e rinforzare quanto già esiste: non sfiora la mente dei nostri che un terremoto di magnitudo 6,3 Richter in un paese moderno non dovrebbe far crollare neppure un cornicione e che dunque è tutto l’anno che ci si dovrebbe dare da fare, non solo nel corso di uno sciame sismico perché comunque in quel momento è troppo tardi». E anche «che nessun esperto si prenderà mai più la responsabilità di guardare con obiettività i dati: sarà comunque obbligato a un allarme che almeno tenga lontano il carcere».

Luciano Maiani, attuale presidente della Commissione Grandi Rischi si è dimesso il giorno dopo la sentenza. E non usa mezzi termini nel commentarla: «È la morte del servizio prestato dai professori e dai professionisti allo Stato», dichiara.
Secondo Maiani, la sentenza, che prevede la condanna anche del vice capo dipartimento della protezione civile, del direttore dell'ufficio rischio sismico della protezione civile e del direttore pro-tempore del centro nazionale terremoti dell'Ingv, «costituisce un precedente, in grado di condizionare in modo determinante il rapporto tra esperti scientifici e decisori, non solo nel nostro Paese»

23 ottobre 2012
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