In situazioni di emergenza ha senso bere la propria pipì per non morire disidratati?

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L’idea è di bere la pipì, anche la propria, è alquanto disgustosa. Eppure presso le antiche popolazioni celtiche e iberiche l’urina era considerata una bevanda della salute dalle sorprendenti proprietà cosmetiche e veniva utilizzata addirittura come sbiancante per i denti.
E la medicina ayurvedica, ancora oggi diffusa in India, non disdegna un bel bicchiere di pipì la mattina appena alzati: la singolare abitudine fu addirittura difesa in TV, una decina di anni fa, dall’allora Primo Ministro indiano Morarji Desai.
(La medicina della natura: la fotogallery)

Berresti acqua di mare?
Ma la scienza lo conferma: bere urina non ha alcun effetto benefico sulla salute. Anzi, sebbene sia composta al 95% da acqua, nel restante 5% ce n’è abbastanza da procurare seri problemi: elettroliti in eccesso, cloro, sodio, potassio.
«É un po’come bere l’acqua di mare» spiega Jeff Julian, un nefrologo del South Denver Nephrology Associates in Colorado, «causa disidratazione e fa più male che bene».
(È vero che agli uomini, dopo aver fatto sesso, scappa la pipì?)

Estremi rimedi
Ma nei casi estremi? Dan Woolley è sopravvissuto per oltre 65 ore sotto le macerie di un hotel di Haiti distrutto dal terremoto bevendo la propria urina, come hanno fatto molte altre persone che si sono trovate in situazioni analoghe.
Medici ed esperti di sopravvivenza non hanno una visione unanime della faccenda: il manuale di emergenza dell’esercito americano classifica bere la propria pipì tra le attività da non fare mai.
Nelle situazioni estreme la disidratazione rende infatti la pipì ancora più ricca di elettroliti e acidi e quindi ancora più dannosa per la salute.
(Come fanno la pipì gli astronauti?)

 

11 aprile 2012